Alcamo Marina, la verità negata e i depistaggi sull’omicidio di due carabinieri che porta alla morte di Ilaria Alpi

Alcamo Marina, la verità negata e i depistaggi sull’omicidio di due carabinieri che porta alla morte di Ilaria Alpi

Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Due nomi che tanti non conoscono, altri invece li hanno dimenticati. Due carabinieri, trovati uccisi dentro la caserma di Alcamo Marina (Trapani), la notte del 27 gennaio 1976. Meno di due settimane dopo verrà arrestato Pino Vesco, autodichiarato militante della sinistra extraparlamentare. Sono gli anni di piombo e non pare vero poter dare la colpa ai comunisti, magari ai brigatisti sbarcati anche in Sicilia, per la morte di due carabinieri. Per riuscirci, ogni mezzo è lecito, anche le torture. Così Vesco – trovato suicida in carcere qualche anno dopo – firma una confessione in cui dichiara suoi complici quattro ragazzi appena maggiorenni. Uno morirà in carcere, due fuggiranno in Brasile, ma il quarto, il manovale Giuseppe Gulotta, aspirante finanziere, ci metterà più di trent’anni a dimostrare che nessuno di loro, con questa storia, c’entra nulla. Né c’entrano i comunisti. Al contrario, il paese che ha dato i natali a Franca Viola si dimostrerà il laboratorio perfetto del matrimonio di interesse e di affinità tra mafia e terrorismo fascista, e il vaso di Pandora in cui si concentrano tutti i grandi misteri italiani del Novecento. Di aprirlo e di dipanare la matassa si è occupato il giornalista Lucio Luca, in “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani” (Aliberti).

Come mai questa storia è così poco conosciuta?

«Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta sono due poveri carabinieri che ancora non abbiamo capito perché sono morti e sono stati dimenticati. Eppure mai degli uomini dell’Arma sono stati ammazzati dentro la caserma. Questo ci dovrebbe far pensare che, se nessuno ha voluto considerare questa storia centrale, è perché da qui si dipana un lungo filo che ne lega tantissime altre. O siamo stati troppo distratti, o si è voluta far passare sottotraccia, perché dietro, come disse una volta il presidente del tribunale di Palermo, c’è qualcosa di indicibile».

Cosa?

«Ho provato a dirlo nel mio libro. Probabilmente questo episodio è una strage casuale, nata dal fatto che questi due carabinieri si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, e avrebbe potuto svelare tutto quello che negli anni ’70 e anche negli anni ’80 è successo in una delle province più oscure d’Italia: Trapani. Così si è voluto insabbiarla e depistare, prendendo i primi quattro che passavano e rovinando loro la vita».

Perché la definisce “una delle province più oscure”?

«Trapani è la provincia in cui è nata la mafia, quella in cui c’è la maggiore presenza delle logge massoniche. C’è una concentrazione di finanziarie e di banche spesso collegate alla mala e un tessuto molto forte di intrecci tra politica, imprenditoria e criminalità che la rendeva una zona franca. All’epoca Trapani era diventata l’epicentro di un particolare sistema di potere. Non a caso c’erano i campi militari parafascisti di Concutelli, che entrano nell’ambito di Stay Behind e Gladio. Qui poi c’erano i due uomini più potenti della Sicilia: i cugini Salvo che, prima dell’avvento dei Corleonesi, erano i capi della mafia, i grandi esattori della Sicilia e contro i quali poi Totò Riina farà la guerra per il potere».

Come si spiega tutto questo a chi non ha vissuto in quegli anni?

«Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Stati Uniti e Unione Sovietica si dividono il mondo. Fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989 abbiamo parlato di Guerra fredda. Il grande problema degli Usa era che l’Urss aveva stretto un patto con tutti i paesi dell’est Europa e, in qualsiasi momento, avrebbe potuto invadere l’altra parte. La Nato non sarebbe mai stata in grado di reggere un attacco del genere. Gli Stati Uniti decidono quindi di costituire in tutti i loro satelliti degli eserciti clandestini, Gladio appunto, dentro i quali raccolgono pezzi di servizi segreti, apparati dello Stato come carabinieri e polizia, ma anche una parte della destra eversiva. E pezzi di mafia, in quegli anni fortissima. Per fortuna la guerra è rimasta fredda. Allora a che cosa è servito Gladio? A fare tante altre nefandezze emerse dopo il 1990. Tra le tante potrebbe esserci anche questa strage di Alcamo Marina, non nell’ambito di una strategia della tensione, ma probabilmente perché avevano visto qualcosa che non dovevano vedere».

Qui si spiega il collegamento anche con il caso Ilaria Alpi citato nel suo libro?

«L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel 1993 potrebbe essere connesso a questa storia. La giornalista in Somalia si stava occupando di un’inchiesta sul traffico di scorie radioattive dall’Italia e dall’Europa alla Somalia, che è sempre stata considerata la pattumiera del continente. Una delle ipotesi è che i due carabinieri avessero intercettato un traffico di scorie radioattive, gestito da Gladio. Nel mio libro invito idealmente i lettori a unire i puntini, come nei giochi per bambini. Unisci il golpe Borghese, poi la strage di Alcamo, poi l’omicidio di Peppino Impastato, e alla fine ti spunterà qualcosa. Di certo verranno trovati sempre gli stessi nomi».

Perché Peppino Impastato?

«Dopo la sua morte è stata fatta la perquisizione a casa sua: gli stessi che hanno operato ad Alcamo Marina si portano via tutto. L’unica cosa che non viene più restituita alla famiglia è la cartella blu con la scritta “Alcamo Marina”. C’era qualcosa che aveva capito prima di tutti noi?».

Quali sono i legami tra terrorismo nero e mafia?

«Che la destra eversiva avesse legami con cosa nostra lo dimostra anche l’omicidio di Piersanti Mattarella. I due neofascisti Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini sono stati assolti, però in Sicilia c’erano dei campi paramilitari in cui venivano ad addestrarsi tutti i neri. Questo legame, da un punto di vista giudiziario, è accertato in alcuni casi e in molti altri no, però di fatto una verità storica c’è e prima o poi verrà fuori».

Il ruolo dello Stato arriva fino a oggi

«Il fatto che la strage di Alcamo sia stata archiviata immediatamente, un mese dopo, dimostra che quell’incidente poteva essere molto pericoloso per quel tipo di interessi. Paradossalmente, se Giuseppe Gulotta non si fosse fatto 22 anni di carcere e poi, dopo quasi 36 anni, fosse stato finalmente scagionato, non se ne sarebbe parlato più. La vicenda Gulotta ha tenuto accesi i riflettori su questa strage, della quale abbiamo accertato solo che questi quattro non c’entravano niente».

Cosa c’entrano gli anni di Piombo in questa storia?

«Per la vicenda Alcamo gli anni di Piombo c’entrano, perché nonostante in Sicilia le Brigate Rosse non siano arrivate mai, si voleva far passare il messaggio opposto. Per questo i carabinieri vanno a fare le perquisizioni nelle case di Impastato, di altri comunisti ed esponenti della sinistra extraparlamentare. Capiterà anche con la sua morte, anche se accanto al corpo di Impastato c’erano le pietre insanguinate, i bastoni. Sono gli stessi che tentano di depistare entrambe le indagini. Tutto si tiene».

Dopo tutto questo, come si fa a credere nel Paese in cui viviamo e al concetto di verità?

«Indagini come quella su Alcamo non sono state la normalità. Sarebbe ingeneroso. Ci sono stati magistrati che hanno perso la vita per dare a tutti noi un pezzo di verità. Ci sono tanti altri misteri, episodi oscuri della storia di questo Paese, però ci sono anche tanti episodi che hanno liberato una terra dove la mafia oggi c’è sicuramente, ma è molto meno forte e influente di prima. L’importante è, quando ci sono storie come queste, cercare di tirarle fuori e raccontarle il più possibile, perché nascondere la polvere sotto il tappeto non serve».

Lo Stato è in grado di fare i conti con pezzi di se stesso?

«Non sono molto ottimista su questo. Gli interessi dello Stato vengono prima di qualsiasi verità scomoda, purtroppo. Dovrebbe essere esattamente il contrario, però penso che se noi riuscissimo ad aprire i cassetti, gli archivi dei servizi, troveremmo cose che nemmeno possiamo immaginare. C’è un interesse a non renderli mai pubblici. A destra come a sinistra è sempre stato così».