21 marzo, così è nata la giornata in ricordo delle vittime di mafia

21 marzo, così è nata la giornata in ricordo delle vittime di mafia

Il 3 marzo 1861 tre colpi di fucile uccisero Giuseppe Montalbano: fu la prima vittima della criminalità organizzata riconosciuta in Italia. Oggi i nomi sono 1.101 e la consapevolezza dell’importanza del ricordo di chi non sarebbe dovuto morire per la spietatezza della mala ha portato lo Stato a istituire il 21 marzo la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Il primo giorno di primavera è stato scelto come simbolo di rinascita e speranza di un cambiamento concreto, di un futuro libero dalla sopraffazione e dall’arroganza dei più forti. L’iniziativa nasce infatti proprio dal dolore di una mamma, Carmela, che durante la commemorazione della strage di Capaci chiese perché il nome di suo figlio, Antonio Montinaro, non venisse mai pronunciato. Anche lui, come gli altri, merita di vivere nella memoria. Da quel momento, a partire dal 1996, ogni anno in una città diversa d’Italia viene letto il lungo rosario civile di vite spezzate dalla mafia. Dopo Trapani, nel 2026 si è scelto Torino per la XXXI edizione.

Perché Torino?

La scelta del capoluogo piemontese ha un forte valore simbolico. Una città caratterizzata da una solida tradizione di partecipazione e pensiero democratico, culla di alcune tra le menti più lucide del Novecento italiano – Piero Gobetti, Primo Levi, Rita Levi Montalcini – e crocevia significativo nella storia dell’antimafia. Qui, nel 1993, nacque il mensile “Narcomafia” (oggi “Lavialibera”), promosso dal Gruppo Abele, fondato da don Luigi Ciotti con l’obiettivo di offrire uno strumento di conoscenza e azione contro i fenomeni criminali. Sempre qui, il 26 giugno 1983, fu assassinato il procuratore Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla criminalità organizzata del nord Italia.

Una città di contrasti

Ma Torino è anche una città che oggi fa i conti con una profonda crisi sociale. Caporalato, corruzione, astensionismo politico, sovraffollamento carcerario e una povertà assoluta che colpisce il 6,7% dei nuclei familiari. Fragilità che possono diventare terreno fertile per le mafie, che negli ultimi anni sono passate da presenze sporadiche a infiltrazioni stabili nel tessuto sociale ed economico del nord. Una mafia, quella trapiantata al nord, diversa da quella del sud perché meno visibile: non spara per farsi notare, agisce dall’interno, si mimetizza attraverso relazioni, affari e complicità, ma il fine è sempre lo stesso: trarre vantaggio dalle vulnerabilità.

Lo slogan e il simbolo di quest’anno

Il 21 marzo vuole essere allora anche un’occasione per leggere queste trasformazioni, comprenderle e interpretarle in modo concreto nella e con la collettività. Come sottolinea don Luigi Ciotti, il contrasto alle mafie parte proprio dal “noi”, dalla condivisione e dalla corresponsabilità sociale che trasformano memoria e indignazione in un desiderio condiviso di legalità. Quella “Fame di giustizia e verità”, che è anche slogan della XXXI Giornata nazionale della memoria, viene trasformata in energia sociale, così come la formica – simbolo della celebrazione di quest’anno – che nel suo stomaco conserva sempre anche il nutrimento per il resto del formicaio. Anche l’impegno deve uscire dalla dimensione individuale e diventare azione comune. Solo in questo modo si crea il cambiamento.