«Aveva solo 19 anni, ma li aveva vissuti tutti intensamente. Porteremo avanti le volontà del suo “testamento”». Questo dice Lorenzo Piffer a #Noi Antimafia all’indomani del 7 aprile 2026, quando una sentenza ha chiuso – con un patteggiamento e 4 anni di sospensione della patente – la vicenda giudiziaria per l’uomo che ha ucciso a Mezzocorona (Trento) la figlia Sara, giovane promessa del ciclismo, il 24 gennaio 2025. È dalle ceneri di un dolore tanto grande che la famiglia ha inaugurato il 10 marzo 2026 la fondazione “Sara Piffer”, un ente filantropico che come obiettivo ha quello di sostenere i progetti dei giovani in vari ambiti: scuola, sport e fede. Così verranno realizzati i sogni di una ragazza rilanciando in tutta Italia il messaggio che il fratello Christian ha lasciato sul comodino della sorella una settimana prima del tragico evento: “Vivere la vita a pieno e non sprecarla”.
Voi avete perdonato chi ha ucciso vostra figlia. Dove avete trovato una tale forza?
«Il perdono lo abbiamo espresso subito, è stato qualcosa di più alto di noi. Quando sono arrivato sul luogo dell’incidente, ho visto subito che non c’era più nulla da fare. Ho alzato gli occhi al cielo, ho incrociato quelli di Christian, che quel giorno era con lei, e gli ho chiesto chi avesse fatto una cosa del genere. In quel momento lui ha detto: “No papà, perdono, perdono. Penso che anche chi ha investito stia soffrendo”. Ho subito chiamato tutta la mia famiglia e insieme abbiamo fatto quel gesto proprio lì, vicino al corpo di Sara. E ci ha fatto bene perché non abbiamo permesso all’odio e al rancore di entrare nei nostri cuori. Così siamo sopravvissuti a quel giorno».
Come commenta l’esito del processo?
«Non sapevo neanche che ci fosse la sentenza, me ne sono accorto dalle chiamate del parroco di Trento e dei giornalisti. Quando mi è stata chiesta un’opinione ho detto di non sapere nulla, non ho fatto commenti, coerentemente con la nostra scelta di stare fuori dal processo. La legge ha i suoi limiti e proprio per questo non abbiamo voluto inserirci. È un continuo riaprire una ferita. Noi prendiamo atto di quanto è stato deciso, perché se anche la pena fosse stata più dura, il danno rimane comunque irreparabile».
Al dolore avete risposto creando la fondazione “Sara Piffer”
«Sì, la nostra fondazione, che è nata il 10 marzo 2026, verrà finanziata interamente dai soldi del risarcimento che otterremo. Abbiamo valutato vari modi su come impiegare quel denaro e abbiamo scelto questo perché è un’iniziativa che durerà nel tempo. Tra i tanti obiettivi che ha non c’è solo la sensibilizzazione della gente sulla sicurezza stradale, ma vogliamo diffondere l’idea che la vita è sacra».
La fondazione ha tre pilastri: ciclismo, famiglia e amici, fede. Con quali progetti metterete in pratica questi valori?
«Abbiamo molte idee, anche perché abbiamo il “testamento” di Sara da portare avanti. Una settimana prima dell’incidente lei ha scritto su una lavagnetta: “Cosa mi piace fare” con delle freccette collegate a delle sue idee per il futuro. Questo perché mia moglie le aveva detto: “Ok, sei forte con la bici, ma pensa anche a un piano b”. Di certo al centro ci sarà il ciclismo, oltre alle altre attività sportive, e metteremo a disposizione delle borse di studio e dei premi. Non dimenticheremo l’arte, perché Sara voleva studiare beni culturali all’università. Grande attenzione verrà data anche ai giovani, visto che lei voleva creare un gruppo di ragazzi vicino alla parrocchia».
Quindi la fondazione porterà avanti i sogni di Sara
«Certo. La nostra fondazione è soprattutto un ente filantropico. Andrà a distribuire delle risorse. Individueremo vari ambiti e progetti da finanziare e appoggiare. Chi vorrà collaborare, ben venga! Per esempio, un gruppo di giovani ci ha contattato ancor prima che prendesse forma la fondazione. Ci avevano detto che volevano fare la traversata dell’Italia, dalle Alpi all’Etna in bici, a nuoto e infine scalare il vulcano a piedi. Tutto il ricavato della loro impresa verrà donato alla fondazione per le sue attività di sensibilizzazione».
Lei è andato nelle scuole a fare sensibilizzazione. Cosa ha raccontato?
«Da quando è successo il fatto di Sara ho letto in chiesa una lettera, che ha talmente colpito che hanno iniziato a chiamarci scuole, parrocchie e trasmissioni televisive. Così abbiamo iniziato a fare tanti incontri. Tra questi c’è un istituto superiore di Rovereto (Trento), dove una professoressa di diritto ci ha invitati per parlare di giustizia riparativa e perdono. Era presente anche un docente universitario. C’è stato ascolto e commozione da parte di tutti i ragazzi, che alla fine dell’incontro ci hanno ringraziato con le lacrime agli occhi. I giovani, nonostante si dica il contrario, sono alla ricerca di altro, cercano la speranza nella vita».
C’è un altro episodio che l’ha colpita particolarmente?
«Ho sognato di aver fatto una campagna con le scuole guida dove dicevo che è bello prendere la patente, una cosa che dà autonomia e facilita la vita. Ho sottolineato però di prenderla insegnando agli altri come si guida. Due giorni dopo, siamo stati chiamati alla presentazione della squadra di Sara e lo speaker, che è un titolare di una scuola guida, mi ha detto che ha già inserito nelle sue lezioni un campo dedicato alla sicurezza stradale dedicato agli utenti deboli della strada (pedoni e ciclisti). So che anche altri si sono mossi in questa direzione».
Con la fondazione proverete a collaborare con queste realtà?
«Sì, ma proveremo anche a fare qualcosa a livello più ampio: cercheremo di coinvolgere le autorità, la motorizzazione se possiamo, per portare così una testimonianza. Sara aveva appena preso la patente e i ragazzi si immedesimano di più nella storia. Quando raccontiamo la gioia di vivere, quella vissuta intensamente, vivendola e non sprecandola, tanti si commuovono».

