Nella questura di Torino, la sicurezza digitale cambia passo. Il rinnovo del protocollo tra il Centro operativo per la sicurezza cibernetica (Cosc) del Piemonte e della Valle d’Aosta e Infra.To – società pubblica che progetta, realizza e gestisce le principali infrastrutture della città – segna un punto di svolta: non una semplice firma, ma l’impegno a blindare le infrastrutture critiche della città in un momento storico in cui reti, servizi essenziali e sistemi digitali sono diventati bersagli quotidiani. Il questore Massimo Gambino, la dirigente del Cosc Assunta Esposito e l’amministratore delegato di Infra.To Bernardino Chiaia hanno messo nero su bianco una collaborazione che punta a rendere Torino più resiliente, più consapevole e più protetta. Dietro questo accordo c’è la presenza costante della polizia postale e del Cnaipic, la struttura nazionale che vigila sulle infrastrutture critiche del Paese: una rete di tecnici, analisti e operatori che, grazie a una sala operativa attiva 24 ore su 24, intercetta segnali di pericolo prima che diventino emergenze. Un presidio silenzioso, ma decisivo, che oggi si rafforza per affrontare minacce cyber sempre più rapide e sofisticate.
Una continuità strategica
Questo rinnovo rappresenta l’evoluzione di un percorso che ha come obiettivo la modernizzazione dei modelli di difesa perché possano tenere il passo con le minacce in continua evoluzione. Il rinnovo avviene, infatti, in piena continuità con un percorso avviato a novembre 2022. Come ha sottolineato Bernardino Chiaia, la protezione dei sistemi digitali non è più un dettaglio tecnico, ma una componente essenziale per garantire la continuità e l’affidabilità dei servizi pubblici. Secondo l’amministratore delegato di Infra.To, questo accordo con la polizia postale è l’unica risposta possibile alle minacce cyber, che corrono veloci. Si tratta di un’alleanza fondata sulla prevenzione e sulla capacità di adattare i modelli operativi ai nuovi e insidiosi scenari di guerra informatica con tempestività.
Cyber crime conference
L’accordo di Torino si inserisce in una cornice che costituisce la risposta a una ristrutturazione digitale delle mafie. Come confermano i dati presentati alla Cyber crime conference di Roma, a maggio 2026, le incursioni informatiche sono ormai parte integrante del business mafioso. E con barriere d’ingresso bassissime: ad esempio, attraverso il modello Ransomware-as-a-Service, i clan non devono far altro che acquistare sul dark web programmi di attacco già pronti, bypassando del tutto la necessità di avere competenze tecniche interne. All’interno dei resoconti della Cyber crime conference, la parola “mafia” sembra quasi scomparsa dai titoli dei panel. Esperti di sicurezza e vertici delle forze dell’ordine oggi usano formule come “Crime-as-a-Service” o “Criminalità organizzata transnazionale”: la descrizione di organizzazioni modernizzate, al passo con i tempi che cambiano e aggiornate sulle nuove opportunità criminali. Il radicamento sul territorio, da sempre perno dell’egemonia mafiosa, non è affatto tramontato: è stato piuttosto affiancato da una struttura reticolare digitale capace di proiettare il potere del crimine organizzato ben oltre i confini fisici.
“Evoluzione del pizzo”
Il cyberspazio rappresenta per molti versi l’ambiente operativo ideale per la mafia moderna. L’operatività da remoto riduce drasticamente i rischi per gli affiliati, mentre la frammentazione delle competenze giudiziarie tra diversi Paesi ostacola e rallenta il lavoro degli inquirenti. Inoltre, la rapidità con cui i dati circolano permette di ampliare e potenziare la capacità intimidatoria. La digitalizzazione, dunque, ha semplicemente potenziato le capacità di penetrazione e la portata d’azione delle mafie. Nel modello criminale tradizionale, il territorio rappresentava la fonte primaria di potere. Il controllo delle attività economiche locali, la regolazione forzata delle controversie, l’imposizione del pizzo erano strumenti di dominio visibile. Nel contesto digitale, il territorio diventa meno rilevante della rete. Il controllo dell’informazione assume un valore strategico. I dati personali, le informazioni finanziarie, i database aziendali, le comunicazioni interne diventano asset potenzialmente coercibili. L’accesso a informazioni sensibili consente di esercitare pressione non attraverso la violenza fisica, ma attraverso il ricatto reputazionale ed economico.
La risposta al cybercrime organizzato
L’evoluzione della minaccia informatica ha imposto una revisione strutturale dei modelli di contrasto all’illegalità, superando la storica distinzione tra prevenzione antimafia e sicurezza cibernetica. Nel corso del 2026, la risposta delle istituzioni si è articolata attorno al recepimento delle direttive europee NIS2 e DORA (Digital Operational Resilience Act), che hanno vincolato le aziende partecipate e le amministrazioni locali ad avere standard minimi di protezione informatica penalmente rilevanti in caso di inadempienza. La strategia si focalizza oggi sul tracciamento finanziario delle transazioni in criptovalute e sulla cooperazione con la rete dei CSIRT (Computer Security Incident Response Team) regionali, con l’obiettivo di prevenire, rilevare e mitigare gli attacchi cyber all’interno del sistema regionale e della pubblica amministrazione locale.
