Nitto Santapaola e «la peggiore storia della Sicilia» 
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Nitto Santapaola e «la peggiore storia della Sicilia» 

Il 2 marzo 2026 è morto, a 87 anni, Benedetto “Nitto” Santapaola, storico boss della mafia catanese. Si è chiusa così la stagione dei capi militari più violenti e sanguinari della mala siciliana. «Santapaola porta nella tomba tutti i suoi segreti. L’antimafia non può trarre giovamento da questo decesso. Lui ci avrebbe potuto raccontare — se solo lo avesse voluto — mezzo secolo di misteri italiani e non lo ha fatto», ha detto a #Noi Antimafia Lucio Luca, vicecaporedattore di Repubblica, commentando quella che è stata non solo la fine di un uomo, ma anche della possibilità che la verità possa venire a galla. 

Chi era “Nitto” Santapaola 

Proprio in questo silenzio, mantenuto per oltre trent’anni di carcere, si condensa gran parte della figura mafiosa di Benedetto Santapaola. Era detenuto al 41-bis nel carcere di Opera (Milano) dal 1993, dopo undici anni di latitanza. Fu arrestato il 18 maggio di quell’anno nell’ambito dell’operazione “Luna Piena”, in un casolare del Catanese, dove si nascondeva con la moglie Carmela Minniti. Nato a Catania in una famiglia povera, Santapaola lavorava ufficialmente come venditore ambulante di frutta. Ma già nel 1962 arrivarono le prime denunce per furto e associazione a delinquere. A poco più di vent’anni, il suo percorso si intrecciò con quello della mafia catanese e con la cosca guidata da Giuseppe Calderone, dove si affermò come capodecina, una posizione di comando intermedia secondo le gerarchie di Cosa nostra. Il suo potere si costruì attraverso il controllo degli appalti pubblici, le estorsioni e il traffico di droga. Nel tempo divenne il leader del clan Santapaola-Ercolano, ma la sua non era solo violenza. Negli anni Settanta e Ottanta il clan costruì una rete di relazioni con imprenditori, professionisti e pezzi della politica locale, riuscendo a infiltrarsi negli appalti pubblici e nel sistema della città. Nel 1978 aprì la Pam Car, una concessionaria Renault, simbolo di un potere che si muoveva tra economia legale e illegale. «La grandezza criminale di Santapaola — spiega Luca — stava nei suoi rapporti con politica, imprenditoria e pezzi delle istituzioni. Negli anni Settanta lui era una specie di re di Catania». 

Il consenso della “Catania bene” 

Non era «solo un boss sanguinario, ma un “politico”, cioè uno che aveva creato una rete di potere enorme nella sua città e non solo», continua Luca. All’inaugurazione della concessionaria, ricorda il giornalista, partecipò gran parte della cosiddetta “Catania bene”, in un periodo in cui non c’erano ancora processi a suo carico, ma tutti sapevano chi fosse. Tra i suoi rapporti più discussi ci furono quelli con i cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse”, i grandi imprenditori catanesi denunciati dal giornalista Giuseppe Fava sulle pagine della rivista I Siciliani. L’uomo pagò quelle denunce con la vita: fu assassinato nel 1984 e Santapaola sarà poi condannato come mandante dell’omicidio. 

Il «Totò Riina della Sicilia orientale» 

Soprannominato “il Cacciatore” per la sua passione per la caccia, Santapaola fu protagonista di numerose guerre di mafia. Storica fu quella con il clan Pillera. «Ha fatto una guerra sanguinaria togliendosi di mezzo tutti i suoi nemici, tutte le cosche avversarie a Catania. Ci fu un anno, il 1991, in cui ci furono oltre 190 morti in città — racconta Lucio Luca —. Era un boss sanguinario, così come lo erano i Corleonesi, che vollero lui per comandare dall’altra parte della Sicilia. Era il Totò Riina della parte orientale dell’isola». Proprio con l’appoggio dei Corleonesi, nel 1978 fece uccidere il suo capo, Calderone, conquistando definitivamente il controllo della mafia catanese. Negli anni il suo nome comparirà in molte delle pagine più oscure della storia criminale siciliana: dalla strage della circonvallazione, nel 1982, in cui fu ucciso il boss rivale Alfio Ferlito insieme a tre carabinieri della scorta, fino alle stragi del 1992. La condanna definitiva all’ergastolo come mandante della strage di Capaci arriverà nel 2008, anche grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. 

La “strage dei picciriddi” 

Alla sua figura sono legati anche alcuni degli episodi più oscuri della storia criminale catanese, come la scomparsa di quattro adolescenti del quartiere San Cristoforo nel 1976, la cosiddetta “strage dei picciriddi”, ricostruita anni dopo grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. A raccontare la violenza di quegli anni è anche un ricordo personale del giornalista Lucio Luca. Negli anni Ottanta, quando lavorava a Catania occupandosi di cronaca nera e giudiziaria, il cronista aveva stretto amicizia con l’ispettore di polizia Giovanni Lizzio, impegnato nelle indagini sulla mafia del territorio. «Ci vedevamo spesso, prendevamo il caffè insieme, parlavamo di lavoro. Era una persona solare, molto stimata anche dai giornalisti», ricorda. Nelle settimane precedenti alla sua morte, però, qualcosa era cambiato. «Percepivo che era preoccupato, anche se cercava di non darlo a vedere. Evidentemente aveva capito di essere arrivato a conclusioni investigative molto pericolose». Lizzio fu assassinato nel luglio del 1992. Il mandante, accerteranno poi le sentenze, era proprio Benedetto Santapaola. «Quando arrivai sulla scena del delitto e vidi il suo corpo, fu uno shock. Non era solo una fonte o un investigatore: era diventato un amico», chiosa Luca. 

La strategia criminale 

Anche dal carcere Santapaola avrebbe continuato a rappresentare un punto di riferimento per il clan. Le richieste di riduzione della pena o di detenzione domiciliare sono state sempre respinte. Secondo Luca, il segreto del suo potere stava anche nella struttura familiare della cosca. «La sua era una famiglia mafiosa. L’origine del clan Santapaola-Ercolano nasce da una rete di matrimoni tra tre sorelle e tre boss mafiosi». Una struttura che ha garantito continuità all’organizzazione anche dopo gli arresti. Allo stesso tempo, spiega il giornalista: «Santapaola era sicuramente una figura differente da quelle che conosciamo oggi: lui è uno che ha fatto parte per vent’anni dell’ala stragista di Cosa nostra. Noi pensiamo alla mafia delle bombe, che uccideva magistrati e poliziotti, ma quella stagione è stata un’eccezione. Prima e dopo i Corleonesi, Cosa nostra ha sempre cercato di evitare clamore e di lavorare nel silenzio». 

La costruzione dell’“eroe del male” 

Dopo la morte di Santapaola, sui social sono comparsi numerosi messaggi di omaggio. Alcuni utenti di TikTok lo hanno salutato come “re di Catania”: “Sei la storia di Catania, hai scontato tutto come un vero uomo d’onore” oppure “Oggi in cielo c’è una nuova stella, proteggici da lassù”. La Commissione parlamentare antimafia è intervenuta chiedendo la rimozione di alcuni post. Per Lucio Luca, la celebrazione del boss sui social non è un fenomeno nuovo: la mitizzazione nasce anche da alcuni elementi che nell’immaginario mafioso vengono interpretati come segni di “coerenza”: la lunga detenzione al 41-bis, il fatto di non aver mai collaborato con la giustizia e la vendetta subita con l’uccisione della moglie nel 1995. «Per alcuni diventa quasi un eroe: uno che è rimasto in carcere più di trent’anni e non si è mai piegato agli sbirri», spiega il giornalista. Una narrazione che però rischia di rovesciare il significato della storia criminale di Cosa nostra. «Che Santapaola abbia fatto la storia è vero — sottolinea Luca —. Ma bisogna capire quale storia: la peggiore della Sicilia». Ma il fenomeno non riguarda solo i social. Nel quartiere di San Cristoforo un parroco ha ricordato Santapaola come «una persona che ha fatto la storia del quartiere, seppure in negativo». Un mito che però appartiene ormai a un’altra epoca. «Non ci sarà più un Santapaola — conclude Luca — come non ci saranno più boss “mitici” come Riina, Provenzano o Messina Denaro. L’organizzazione è cambiata». 

Il silenzio della città 

A colpire, però, è stato anche il silenzio di Catania dopo la morte del boss. Poche o quasi nulle le prese di posizione pubbliche da parte della politica e delle istituzioni. Un silenzio che per Luca racconta ancora qualcosa del rapporto tra la città e la sua storia mafiosa. «È il segnale che c’è ancora molto da fare nella cultura di quella terra», osserva il giornalista. Non una forma di accusa, precisa, ma piuttosto «un imbarazzo nel parlare di chi per decenni ha influenzato la vita politica ed economica di Catania». La scomparsa di figure come Santapaola segna la fine di una stagione precisa della storia di Cosa nostra: quella dei grandi capi riconoscibili, delle guerre di mafia e della strategia stragista. Oggi l’organizzazione appare più silenziosa e meno visibile, ma continua a muoversi dentro l’economia e nelle pieghe della società. Ed è proprio questa capacità di trasformarsi che rende la mafia ancora un fenomeno difficile da estirpare.