Morta Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo che sfidò la ’ndrangheta a soli 16 anni 

Morta Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo che sfidò la ’ndrangheta a soli 16 anni 

La morte di Denise Cosco è arrivata come un fulmine a ciel sereno. L’11 settembre 2026 il suo corpo è stato ritrovato ai piedi del palazzo in cui viveva ad Ariccia, in provincia di Roma. È l’ultimo atto di una vita segnata da un fardello che nessuno della sua età avrebbe dovuto portare. Figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia, e di Carlo Cosco, uomo legato alla ’ndrangheta, Denise aveva visto la propria famiglia frantumarsi sotto il peso delle scelte della madre. La sua morte, avvenuta anni dopo l’omicidio di Lea, riapre una ferita collettiva: quella di chi continua a pagare il prezzo della criminalità organizzata anche quando la violenza sembra essersi fermata. La sua scomparsa non è solo un fatto di cronaca: è il capitolo finale di una storia che ha segnato l’Italia, intrecciando violenza, coraggio, solitudine e una ricerca ostinata di verità. 

Una vita segnata dalla verità 

Denise aveva sedici anni quando decise di raccontare ciò che sapeva. Sotto programma di protezione dai primi anni 2000, la sua testimonianza fu decisiva per ricostruire il sequestro, l’uccisione e l’occultamento del corpo della madre. Non fu una scelta semplice né spontanea: fu un atto di lucidità estrema, che la proiettò in un mondo fatto di tribunali, trasferimenti, identità da custodire. Fu lei a scegliere di costituirsi parte civile contro suo padre, trasformando la propria adolescenza in un percorso di sopravvivenza. 

Rompere il patto del silenzio 

Per comprendere fino in fondo la storia di Denise, bisogna tornare alla figura della madre. Lea Garofalo era nata in una famiglia legata alla ’ndrangheta, cresciuta dentro un sistema che non ammette deviazioni. Eppure, decise di deviare. La sua ribellione fu un processo lento: osservazioni, paure, tentativi di fuga. Lea denunciò traffici, dinamiche interne, faide. Denunciò anche l’uomo che aveva amato, Carlo Cosco, quando capì che la sua presenza era una minaccia per la figlia. Il 24 novembre 2009, a Milano, quella scelta le costò la vita. Venne attirata con un pretesto, sequestrata, uccisa e il suo corpo bruciato per cancellarne ogni traccia. Ma non riuscirono a cancellare la sua storia. La donna è diventata il simbolo di una resistenza possibile: una voce che si alza anche quando tutto intorno spinge al silenzio. Oggi è ricordata nelle scuole, nei progetti antimafia, nelle testimonianze di chi continua a credere che la verità sia un atto rivoluzionario. 

«Una sconfitta, ma non una battuta d’arresto» 

È stata Chiara Colosimo tra le prime a commentare la tragica notizia tra i banchi dell’università Statale di Milano, ospite del convegno “I mercati internazionali delle droghe”: «Credo che sia opportuno dare una risposta a quella che è, e non può non essere considerata una sconfitta, ma che non può essere considerata una battuta d’arresto. Se da domani Garofalo e Cosco non saranno più i nomi di mafiosi, è perché due donne sono state capaci di portarle in altri luoghi, in luoghi liberi, perché questa Commissione, questa gente, queste storie, non possono fermare una lotta che deve sostenere le donne che si ribellano alla ‘ndrangheta». 

“La mafia non deve vincere, lo dobbiamo a Denise” 

«Abbiamo appreso della tragica scomparsa di Denise. La sua morte è una ferita profonda per tutto il Paese e ci impone una riflessione – ha dichiarato in aula la senatrice Enza Rando, referente legalità del Partito democratico – La mafia uccide chi si oppone al suo potere, chi denuncia, ma continua a uccidere nel tempo chi sopravvive, generando ferite dentro la vita e l’anima di chi resta». Rando ha ricordato il coraggio di Denise anche nei momenti più difficili: «A Milano, dopo la sentenza di secondo grado, quando furono ritrovati i resti del corpo di Lea, Denise decise di organizzare il funerale civile. Disse: “È la città dove mia mamma era venuta per trovare la libertà per sé e per me”. Quel giorno, il 13 ottobre 2013, era presente, ma non poteva essere tra la gente per ragioni di sicurezza. E salutò sua madre con queste parole: “Grazie di cuore di essere venuti oggi, per me è un giorno molto difficile. La forza me la stai dando tu. Grazie per quello che hai fatto per me per darmi una vita migliore. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetteremo mai di ringraziarti. Ciao mamma”». La conclusione di Rando è un monito: «La protezione non è solo sicurezza: è prendersi cura di chi sopravvive, accompagnarlo nel tempo, impedire che le ferite diventino destino. Le mafie non devono vincere. Lo dobbiamo a Denise, a Lea, alle tante donne, bambine e ragazzi che cercano la libertà. Ciao Denise».