Complotti, intrighi e fantapolitica. Non sono i temi di un romanzo di Dan Brown, ma quelli che da tempo fanno parte della vita di Sigfrido Ranucci. La sua immagine non riempie solo le pagine dei giornali, ma anima gli scontri nei talk show e le fantasie di chi, secondo lo storico conduttore di Report, sta portando avanti una vera “character assassination” fatta di notizie false e attacchi da parte di uno specifico gruppo editoriale. Tutto questo è stato raccontato ai microfoni di #Noi Antimafia, proprio mentre da Ohana, il primo bistrot antimafia di Roma, centinaia di persone in fila aspettavano l’arrivo del cronista per la presentazione del suo ultimo libro “Il ritorno della casta”.
In questi mesi è stato vittima di quella che ha definito una “character assassination”. A cosa si deve questo accanimento nei suoi riguardi?
«Bisognerebbe chiederlo ai giornali che portano avanti questo progetto, soprattutto quelli del gruppo Angelucci (deputato leghista proprietario dei quotidiani Il Tempo, Il Giornale e Libero, il più ricco parlamentare della Repubblica e recordman di assenze alla Camera con il 99,39%, ndr). Evidentemente gli sto talmente simpatico che hanno bisogno sempre di mettermi in prima pagina».
Tutto questo è stato scatenato dal caso Lavitola, che ha provocato la sua cacciata da Report. Stavano aspettando il momento giusto per farlo?
«Hanno utilizzato questo caso per rimuovermi. Prima hanno detto che si trattava di una scelta editoriale, un altro giorno per via dell’opacità di questo caso, anche se non hanno specificato quali opacità, di che natura».
La questione è sempre stata cavalcata dalla politica: la destra lo attacca, ma la sinistra non dice nulla. Come mai?
«Se non da parte di singoli esponenti di partito, non ci sono mai state delle vere e proprie difese nei miei riguardi. Questa è la testimonianza che in trentacinque anni di giornalismo non ho mai lavorato per farmi degli amici. Al contrario, ho svolto il ruolo di cane da guardia della democrazia. Ho indagato sempre su chi governava, cosa che è tipica di chi fa informazione. Il nostro ruolo è quello di mediatori tra un fatto accaduto e il pubblico, che nel mio caso sono i cittadini che pagano il canone, i veri e unici editori di riferimento. Bisogna sempre raccontare tutto senza essere proni alla politica o ai cosiddetti “poteri forti”».
Poteri forti che denuncia nel libro “Il ritorno della casta”. C’è un collegamento tra la casta che denuncia e quella che la sta attaccando?
«Io parlo di una casta internazionale in questo libro scritto in quattro giorni e tre notti (cosa rara visto che scrivo un libro ogni tredici anni). Ho la consapevolezza che quel referendum sulla magistratura del marzo 2026 aveva uno scopo preciso: dopo aver disgregato il diritto internazionale, bisogna adesso indebolire i singoli diritti nazionali. Questo perché una multinazionale che viene in un Paese e vuole fare razzia economico-finanziaria, macelleria sociale con i dipendenti, inquinare l’ambiente, ha bisogno di una magistratura debole e soprattutto giornalisti facili da colpire. Sono queste due le uniche figure in grado di svelare e fermare un progetto di questo tipo».
Quindi dietro quel referendum c’erano delle forze che non vedevamo in tv o sui media?
«Sono i fatti che testimoniano questo. Il caso di Elon Musk ne è un esempio: perché avrebbe dovuto attaccare i magistrati italiani? Che interessi poteva avere se non economici?».
Parlava del ruolo fondamentale dei giornalisti in questo difficile quadro. Con il governo Meloni la stampa è più o meno libera?
«Basta guardare i dati. Secondo il rapporto Ossigeno, i giornalisti minacciati nel nostro Paese sono passati da cinquecento a settecento lo scorso anno. Si tratta del peggior dato d’Europa. Per di più, siamo scesi nella classifica sulla libertà d’informazione. Posso dire che il mio caso è stato sollevato in Pakistan, dove si occupano della libertà di stampa italiana. Noi invece…».
Da tempo si parla di una sua possibile candidatura alle elezioni politiche. Vedremo mai la sua discesa in campo?
«Sì, la vedrete presto, ma per andare a raccogliere la cicoria o gli asparagi freschi».
Tra i campi sì, ma in Parlamento la vedremo mai?
«No, anche perché visto come si sono impegnati a cacciarmi da Report do più fastidio come conduttore che come politico».

