“La mafia che canta”, il lato oscuro della musica nelle mani dei clan 

“La mafia che canta”, il lato oscuro della musica nelle mani dei clan 

Nei quartieri popolari, la musica è da sempre la colonna sonora della vita quotidiana. Ma oggi, accanto alle voci del riscatto, si fa largo un altro suono: quello della criminalità organizzata, che attraverso generi come il rap, il trap e soprattutto il neomelodico, diffonde i suoi messaggi. Sfruttano il linguaggio dei giovani, usando i social, i videoclip e i testi per affermare il loro modello di potere basato su denaro e illegalità. Dove mancano presidi sociali e lo Stato è assente, la musica diventa così strumento di propaganda. Su questo terreno si concentra l’indagine di Francesco Petruzzella, funzionario informatico della procura di Palermo e coautore, insieme a Calogero Ferrara, del libro “La mafia che canta”, che analizza il rapporto tra musica popolare e potere mafioso. Intervistato da #Noi Antimafia, le sue parole aiutano a comprendere da vicino un fenomeno culturale tanto radicato quanto inquietante. 

Da Napoli a Palermo: un ponte di note e ombre 

Il punto di partenza della ricerca del libro è stata una domanda semplice, ma potente: perché a Palermo – e sempre più anche in periferie come quelle di Roma, Torino e Milano – si canta napoletano? La risposta, racconta Petruzzella, affonda le radici nella storia criminale recente: «La molla che ha fatto scattare l’interesse è stata la curiosità di capire perché a Palermo non solo si ascolti, ma si canti proprio in napoletano». È un dato che sorprende, considerando che la Sicilia ha una sua tradizione musicale identitaria, oggi accantonata per fare largo alla musica partenopea. 

I commerci criminali  

«Questo fenomeno non nasce dal nulla: le reciproche influenze tra Palermo e Napoli risalgono sia a un passato lontano sia al secondo dopoguerra – prosegue il funzionario – In quel periodo i rapporti tra le due città cominciano a diventare intensi, soprattutto a causa dei commerci criminali: parlo del traffico di stupefacenti, delle interazioni tra cosa nostra e le bande criminali napoletane, che ancora non erano clan strutturati come la camorra di oggi. Alcuni di questi gruppi sono persino entrati ufficialmente in cosa nostra, come raccontano i collaboratori di giustizia a partire dagli anni Ottanta». Da queste radici comuni, dunque, si è sviluppato un terreno fertile per lo scambio non solo di affari illeciti, ma anche di linguaggi simbolici, come quello musicale. «Al di là di questo dato generale – continua Petruzzella – negli ultimi decenni emerge un nuovo filone musicale: una canzone napoletana che noi chiamiamo dei “neomelodici di terza generazione”, con caratteristiche ben diverse rispetto alle generazioni precedenti». 

Dal guappo buono al boss idolatrato 

Uno dei nodi centrali dell’inchiesta riguarda l’evoluzione del messaggio musicale. Petruzzella accompagna lungo una linea temporale che parte dalla canzone napoletana classica, attraversa i sogni di riscatto degli anni Ottanta e arriva alla deriva criminale degli ultimi decenni. «La canzone napoletana che si cantava un tempo – spiega – era quella di Mario Merola o Nino D’Angelo. Non erano brani di malavita. La “guapparia”, la vita dei giovani di strada, di Merola era vista in modo romantico, ma con una morale: il guappo buono che salva la gentildonna dalla violenza del guappo cattivo». Con Nino D’Angelo, la narrazione cambia ma resta positiva: «Il ragazzo di periferia vuole uscire dalla marginalità. Viene deriso dai ricchi e dalla sorte, ma cerca il riscatto attraverso lo studio e il lavoro. L’obiettivo resta l’avanzamento sociale, non il potere». 

La terza generazione neomelodica 

Questa traiettoria si spezza con l’irruzione della cosiddetta “terza generazione neomelodica”, quella su cui Petruzzella e il coautore Ferrara hanno acceso i riflettori. «La canzone dei neomelodici di terza generazione – dice – è ben diversa: inneggia ai capimafia, insulta magistrati e collaboratori di giustizia, glorifica il denaro e il successo immediato. Non c’è più studio o lavoro, solo il desiderio di avere tutto subito, ad ogni costo». A rendere ancora più pervasivo il messaggio sono i videoclip che accompagnano i brani: immagini di pistole, mazzette, droga, omicidi simulati e violenze. Petruzzella racconta: «Ci sono canzoni come Un re di Corleone, che celebra Marcello Corvino, o Zio Franco, che inneggia a Francesco Serillo, morto qualche anno fa e pianto come un eroe del quartiere». È un immaginario costruito su prevaricazione, dominio, potere, con una patina di complicità emotiva che ne rafforza l’attrattiva. 

Un sistema vero e proprio 

Da questo fenomeno musicale emerge un sistema vero e proprio che ha radici profonde nel territorio: «Ci siamo chiesti il perché. Così è nata una ricerca fondata su documenti giudiziari pubblici: sentenze, provvedimenti, atti ufficiali» ha spiegato il funzionario. Parallelamente, sono stati ascoltati decine di brani, molti dei quali tradotti dal napoletano stretto all’italiano, per restituirne pienamente il contenuto. La scoperta è stata netta: «Questa musica ha messo radici ovunque ci sia marginalità – a Palermo, Catania, Agrigento, ma anche in tante altre periferie del centro e nord Italia. Lì dove il disagio sociale è più forte, spunta la canzone neomelodica che inneggia all’illegalità e alla cultura mafiosa, non al riscatto». 

Il palcoscenico della mafia 

Oltre ai messaggi veicolati dalle canzoni, è l’intero sistema di produzione musicale ad essere, in molti contesti, infiltrato e manipolato dalle famiglie mafiose. «Dalle indagini antimafia – racconta Petruzzella – è emerso con chiarezza che le famiglie hanno un controllo molto stretto sulle feste di quartiere, in particolare quelle patronali, le processioni e gli eventi religiosi. È lo stesso meccanismo dell’“inchino” al boss durante la processione: simbolico, ma potentissimo». Ma il controllo non si limita al culto: si estende anche ai concerti in piazza. «In molti casi – sottolinea – sono proprio le famiglie mafiose a decidere chi deve salire sul palco, in quale ordine esibirsi, con quale repertorio». Non si tratta, quindi, di una regia occulta, ma di un sistema di potere radicato nei territori. E, paradossalmente, a pagarlo sono i cittadini. «Le feste vengono finanziate dagli enti locali – spiega – dai comuni o dalle regioni. A chiederli sono spesso parrocchie o confraternite, ma chi davvero organizza l’evento è chi ha il controllo del quartiere». 

Potere e reputazione 

Non mancano, inoltre, i casi in cui sono le stesse famiglie mafiose a raccogliere direttamente le somme per pagare i concerti dei neomelodici. «Ma non sono offerte volontarie – precisa Petruzzella – è una forma di imposizione. In quartieri segnati da forte disagio sociale, organizzare la festa significa ottenere prestigio e riconoscimento. È potere, è reputazione». In alcuni casi, la musica diventa anche un mezzo di connessione tra clan diversi. «Nell’operazione Zeus, a Catania – ricorda – è emerso che certi neomelodici venivano usati come “ganci” per far dialogare narcotrafficanti napoletani e clan mafiosi siciliani. La musica è un linguaggio, un codice, uno strumento di comunicazione potente». 

Un appello alle istituzioni 

È proprio da questa consapevolezza che nasce la seconda, fondamentale riflessione sollevata dall’autore: la musica come agente di socializzazione. «Il problema più grave – osserva Petruzzella – è che tanti giovani oggi si identificano con questo tipo di musica. Sui social, nelle piazze, si fanno fan di questi cantanti, si riconoscono nei testi, nei videoclip. In quelle parole trovano un modello di vita». Una constatazione amara, che denuncia anche un vuoto educativo. «Significa che non ci sono più agenzie di socializzazione sul territorio – continua – un tempo c’erano le sezioni di partito, i gruppi di volontariato, le associazioni culturali, le parrocchie. Oggi invece spesso manca un’alternativa, un punto di riferimento, ed è la cultura mafiosa a riempire il vuoto». 

 
La battaglia culturale 

La soluzione, però, non può essere solo repressiva. «Non possiamo pensare di mettere in galera chi canta neomelodico o chi mette un like sotto un video – dice con realismo – serve ben altro. Le istituzioni devono prendere coscienza di questa situazione e intervenire con strumenti educativi forti, attraverso la scuola, la comunità locale, il mondo della cultura e la società civile». Petruzzella insiste: «Questo fenomeno è stato sottovalutato per troppo tempo. Anche Nino D’Angelo ha rinnegato questa deriva dicendo chiaramente che non si tratta più di musica neomelodica, ma di musica di malavita. Eppure, nessuno lo ha ascoltato. Sono segnali chiari che arrivano dai territori, soprattutto quelli più marginalizzati. Ma se non li leggiamo per tempo, sarà troppo tardi. In parte lo è già». La sua conclusione è un avvertimento lucido: «Oggi c’è una vera e propria estetizzazione del boss nei quartieri. I ragazzi vedono in lui un modello vincente. E noi siamo arrivati tardi». 

La responsabilità dell’eco 

La mafia che canta non è solo un libro-inchiesta: è un documento che denuncia, una lente che ingrandisce il cortocircuito tra cultura popolare e potere criminale. A dimostrazione dell’urgenza del tema, emerge un caso recente: il 18 luglio 2025, il sindaco di Vibo Valentia, Enzo Romeo, ha deciso di annullare un concerto della cantante neomelodica Teresa Merante, previsto al Lido “Marea” nella frazione Bivona, con l’accusa di esaltare la criminalità organizzata. Il provvedimento, scaturito su segnalazione della questura, ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’artista, che ha annunciato querela contro il primo cittadino. Questo episodio conferma quanto Petruzzella racconta nel libro e nell’intervista: la musica può diventare strumento di propaganda criminale. Ma se ogni melodia è un’eco del mondo che la produce, oggi a risuonare è il silenzio delle alternative. La sfida, allora, è tutta lì: ridare voce a una musica diversa, costruire altri palchi, altri linguaggi, altri modelli. Perché solo una società che offre alternative può davvero cambiare il ritornello di fondo.