Tra gli alberi e le piante dell’area verde di Ohana, il primo bar bistrot antimafia della Capitale in via del Martin Pescatore all’Infernetto, domenica 19 aprile 2026 si è tenuto un momento di formazione che ha fatto incontrare Italia e Francia. Una delegazione transalpina di politici ha partecipato a uno stage organizzato dall’associazione antimafia Crim ‘HALT che ha messo al centro il tema del riutilizzo efficace dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ore di confronto guidato da Federica Angeli, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia romana, che ha spiegato – rigorosamente in francese – tutti i punti di forza del progetto Management Antimafia, che come già accaduto nell’ottobre 2025, si dimostra un modello vincente per creare un circolo virtuoso che possa portare la mafia fuori dall’economia. Insieme alla cronista erano presenti anche Massimo Coluzzi, presidente dell’associazione #Noi, nonché ideatore del Management Antimafia, e Fabrice Rizzoli, docente francese di geopolitica del crimine organizzato e presidente di Crim’HALT.
Management Antimafia
Non solo un progetto, ma un’idea di futuro. Questo hanno cercato di trasmettere le parole di Angeli, che dall’inizio ha spiegato la necessità del percorso che vede protagonisti soprattutto i giovani: «Quando un bene viene sequestrato o confiscato, questo viene gestito da un commercialista, una figura che fa quadrare i conti sì, ma che non ha le professionalità di un imprenditore. Noi creiamo questa figura che sappia mantenere in vita bar, ristoranti e attività commerciali nella legalità». Un’operazione necessaria anche in termini sociali: «Non si può permettere che le persone pensino che quando c’è la mafia le cose funzionano, mentre quando arriva lo Stato no. I ragazzi che formiamo devono dimostrare il contrario», ha sottolineato la giornalista.
Tutto sa di legalità
La formazione non è passata solo attraverso le parole della relatrice. Ogni gesto compiuto dentro il locale, assegnato a #Noi tramite un bando del Comune, aveva il sapore concreto della legalità. Dal pranzo preparato con prodotti provenienti da fornitori “sani” ai lettini — un tempo appartenuti allo stabilimento Village e nel 2025 donati dal ministero dell’Interno per trasformare un simbolo di illegalità in uno di giustizia — tutto parlava di rinascita. Proprio seduti su quei lettini sono partite domande, interventi e riflessioni, mentre ogni angolo del bistrot veniva spiegato e restituito alla sua nuova storia. Un racconto che ha catturato l’attenzione di tutti i presenti, che con foto e appunti hanno portato in Francia un esempio da replicare.
«Impariamo dall’Italia come riutilizzare i beni confiscati»
A partecipare al momento di formazione oltre ai politici una magistrata, una portavoce di un parlamentare, uno studente in Erasmus. Tra loro anche Sandra Regol, deputata dell’Assemblea nazionale francese del gruppo “Écologiste et Social”, oltre che vicepresidente della commissione giustizia. «Ho lavorato per due anni sul narcotraffico, visto che abbiamo votato una grande legge per il contrasto del fenomeno. Per fare questo bisogna conoscere bene tutta la criminalità organizzata e voglio capire cosa ha fatto l’Italia su questo versante, perché siete più avanti di noi francesi su questo», ha detto Regol a #Noi Antimafia, motivando così la sua presenza allo stage da Ohana e citando un pacchetto di misure approvato il 29 aprile 2025 che ha l’obiettivo, come si legge nel testo, di “liberare la Francia dalla morsa del narcotraffico”.
Punti di forza, punti di debolezza
Nonostante le difficoltà nel riutilizzo dei beni sottratti alle mafie, il Belpaese si conferma agli occhi del mondo un modello da seguire. «In Italia c’è più mafia che in Francia, ma bisogna stare attenti perché il rischio è che la criminalità organizzata possa prendere sempre più piede. Bisogna agire prima, perché ad oggi la mafia si trova in ogni Paese». Un modello quindi, ma che non è impermeabile a varie fragilità. Secondo la Relazione semestrale al Parlamento, infatti, aggiornata all’11 novembre 2025, circa un terzo dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata in Italia risulta ancora non riutilizzato.

