«La lotta alla mafia cerca la verità, la lotta contro l’antisemitismo cerca il coraggio. Entrambi i movimenti sono legati alla vita, all’esistenza degli esseri umani». Fiamma Nirenstein è una giornalista e scrittrice, nata a Firenze nel 1945 da una famiglia di origini ebraiche. Il 26 maggio 2013 ha compiuto l’“Aliyah”, termine ebraico che definisce l’immigrazione o ritorno degli ebrei verso la loro terra madre, diventando cittadina israeliana a tutti gli effetti. Ha studiato storia moderna all’Università di Firenze e per diversi anni è stata docente di Storia d’Israele e del Medio Oriente all’Università Luiss di Roma. Dal 1991 al 2006 è stata corrispondente in Israele per il giornale “La Stampa”, fino al 2008 ha lavorato per “Panorama” e per “Il Giornale”. I suoi articoli sono stati ripresi anche da testate internazionali come il “New York Sun”, “Commentary Magazine”, “Moment Magazine” e “The Times of Israel”. Oggi continua il mestiere di giornalista ed è consulente del governo di Israele sulla lotta all’antisemitismo, editorialista per “Il Giornale” e scrive per il Jewish News Syndicate.
Da quanto tempo vive sotto scorta e da chi la protegge lo Stato?
«Vivo sotto scorta dal periodo della seconda “Intifada”, la rivolta palestinese scoppiata il 28 settembre del 2000 a Gerusalemme. La protezione mi è stata assegnata in seguito alle minacce ricevute direttamente dagli estremisti islamisti e antisemiti. Allora raccontavo e documentavo le stragi del periodo, con più di 2000 vittime tra morti e feriti. Quando sono stata minacciata ho contattato direttamente il ministero degli Esteri e ho raccontato quello che mi era successo. In seguito, mi hanno convocata a Roma e mi è stata assegnata la scorta. Le minacce dal mondo antisemita continuano tutt’ora, sono stata definita “verme nazista”».
Come è iniziata la sua carriera giornalistica?
«Il giornalismo è nel mio sangue e in quello della mia famiglia. Mio padre, Alberto Nirenstein, era uno storico della Shoah e mia madre, Wanda Lattes, è stata partigiana ed era fra le giornaliste “della prima ora” insieme a Oriana Fallaci, le prime donne ad avere uno stipendio secondo il nuovo contratto nazionale. Scriveva per “Il Corriere della Sera” e ha sempre creduto nel giornalismo fino a quando è venuta a mancare all’età di 96 anni. Mia sorella Susanna invece è una giornalista di “Repubblica”».
Quando ha iniziato?
«Ho iniziato la mia carriera nel 1977. Ho ricostruito la storia della mia famiglia, dei miei genitori, trovando e facendo i nomi dei persecutori nazisti. Mi sono occupata di antisemitismo, conflitti in Medio Oriente, Islam e terrorismo, diritti umani e di violenza sui bambini. Nel 2002, mi è stato conferito il premio “Penne coraggiose” per il libro “L’Abbandono”. In quell’occasione con me era presente Anna Politkovskaja, giornalista russa dissidente assassinata il 7 ottobre 2006 dal governo russo. Trovo che il nostro sia il mestiere più bello del mondo. Mi ha dato la possibilità di viaggiare, come corrispondente di guerra, diventando esperta nei settori dei quali poi mi sono occupata e non solo. Ho intervistato Yasser Arafat, Yitzhak Rabin e Benjamin Netanyahu e tante altre persone. Tutto questo è stato un enorme privilegio per me».
Il programma di protezione come ha influenzato la sua vita?
«Vivere sotto scorta ha avuto certamente un impatto psicologico molto forte su di me, ma devo dire che gli uomini che mi proteggono sono ormai come dei cari amici. Sono delle bravissime persone che mi hanno permesso di vivere questa condizione anche come un’esperienza positiva. Sono gentili, partecipano alla mia vita in Italia e sono riusciti a non farmi sentire schiavizzata».
Oggi, con il nuovo conflitto israelo-palestinese in corso, si sente più in pericolo?
«Mi sento molto minacciata fisicamente in Italia, non in Israele. Mi sento messa in discussione come ebrea nel mondo, come tutti gli altri ebrei oggi. Pensiamo a cosa sta accadendo in Francia, in America o in Belgio ai danni della popolazione ebraica. Ovunque si è risvegliato un sentimento di antisemitismo che purtroppo non è mai scomparso, perché esiste dai tempi della diaspora e torna sempre a fare capolino in forme diverse. Oggi siamo additati come popolo che sta commettendo un genocidio e che vuole fare pulizia etnica, passando dalla condizione di assediato a quello di persecutore. Questo momento di grande pericolo che viviamo, ribadisco, riguarda tutto il popolo ebraico, non solo me».
Lei invece ha ricevuto delle intimidazioni?
«Hanno cercato di mettermi a tacere con grande violenza, specialmente in conseguenza alla strumentalizzazione politica e dolosa del conflitto in corso. Ma io non cambio mestiere, per me fare quello che faccio è essenziale nella mia vita, ne sono molto fiera. Scrivo e faccio il mio lavoro perché credo che l’informazione sia uno dei diritti civili più importanti da difendere».
Vede analogie tra la lotta contro la mafia e quella contro l’antisemitismo?
«La lotta contro l’antisemitismo è come un’onda che si immerge e riesce dall’acqua. Prosegue nel tempo e nella storia da sempre. Credo che l’antisemitismo sia fomentato da un sentimento di paura, d’incomprensione. Ho assistito ai fatti del 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas hanno ucciso 1194 persone e ne hanno rapite 250, vedendo con i miei occhi le barbarie compiute. Credo che ci sia una narrazione non corretta rispetto a ciò che succede e che vada verso una crescente fomentazione dell’odio. La lotta contro l’antisemitismo credo sia da inserire tra le cose giuste e sacrosante da perseguire civilmente, in maniera pulita, intelligente e consapevole, così come la lotta contro la mafia e le organizzazioni criminali, portatrici di morte. Entrambi i movimenti sono legati dalla lotta contro le ingiustizie e soprattutto dalla volontà di difendere la vita umana».

