Cosa significa fare i nomi? Non nella grammatica – dove un nome è semplicemente la forma più elementare di esistenza linguistica – ma in quella pratica pericolosamente concreta che è il giornalismo d’inchiesta, quando nominare qualcuno, scrivere di qualcuno, significa consegnare al mondo una verità che qualcuno ha tutto l’interesse a tenere sepolta. “I nomi. L’ultima notte di Giancarlo Siani”, nuova produzione del teatro Linguaggicreativi, parte da qui: da una domanda che ha il peso specifico di una condanna a morte. Ma lo fa attraverso uno sguardo doppio e inaspettato, originale e laterale. Non il punto di vista del martire, non quello dell’eroe antimafia che la retorica commemorativa ha da tempo consegnato in una forma compatta e inattaccabile, ma quello di un bambino che, alla finestra, si arrampica su un fusto di detersivo per vedere cosa accade fuori. L’immagine di un ricordo mai prima diventato racconto: aver assistito da dietro il davanzale all’omicidio di Giancarlo Siani sotto casa, la sera del 23 settembre 1985.
Vedere la violenza con i propri occhi
Un ragazzo in macchina, e il rumore dei colpi. Lo spettacolo scritto da Paolo Trotti e interpretato con intensità da Francesco Della Volpe – giovane attore neodiplomato alla Civica scuola di teatro Paolo Grassi, con una interpretazione matura – costruisce il proprio centro drammaturgico esattamente in questo scarto: tra chi ha visto la violenza con i propri occhi e chi la conosce soltanto attraverso la mediazione della cronaca, come la generazione successiva, che osserva alla tv l’arresto dei mafiosi. Tra una memoria incarnata nel corpo, viva e non elaborata, e una storia arrivata già filtrata, già nominata, già in qualche misura resa innocua dalla distanza.Il risultato è un lavoro che rifiuta il monumento e sceglie invece la frattura, il momento in cui il passato non è ancora passato. Perché Siani – il giovane corrispondente del Mattino ucciso a 26 anni con dieci colpi di pistola dalla camorra – non era ancora, in quel settembre 1985, il simbolo che sarebbe diventato. Era un ragazzo precario, instancabile, che aveva firmato un articolo capace, quattromila battute, di rivelare i patti segreti tra i clan e di farne tremare gli equilibri più fragili e più feroci.
Fare semplicemente il proprio lavoro
Uno dei meriti più significativi e più urgenti di questo spettacolo è il modo in cui si rifiuta di raccontare la camorra come un fenomeno esterno, esotico, circoscrivibile. La Napoli degli anni Ottanta che il testo restituisce – attraverso la voce del giovane in scena, che ripercorre quella stagione oscillando tra il ricordo del padre e la propria ricostruzione – è una città attraversata da una doppia energia: quella di quegli anni, la stessa che produceva musica, fermento, giovinezza; e insieme la collusione tra istituzioni e mafia che quella giovinezza, in certi casi, divorava dall’interno. Siani aveva capito che la camorra non era solo manovalanza di periferia, ma sistema: capace di infiltrarsi negli appalti pubblici, di regolare le elezioni, di stringere alleanze con i poteri forti. Lo aveva capito seguendo le inchieste sul business della ricostruzione post-terremoto del 1980, i miliardi che avanzavano da Roma verso la Campania e finivano nelle mani sbagliate. Lo aveva capito indagando le logiche interne ai clan, le guerre tra famiglie, le tregue stabilite a spese degli alleati sacrificati. E lo aveva scritto, con una franchezza che oggi chiameremmo coraggio ma che probabilmente lui considerava semplicemente il proprio lavoro.
Una dichiarazione poetica e politica
Quello che il teatro di Linguaggicreativi fa con questa materia non è ripeterne la lezione, ma interrogarne il meccanismo: perché la parola scritta, la parola nominata, spaventa? In scena c’è un solo attore, e su di lui grava il doppio compito di essere figlio e testimone, voce propria e voce altrui. Della Volpe restituisce questa stratificazione con una misura che non rinuncia alla densità emotiva ma la governa, sapendo che la retorica sarebbe il tradimento peggiore per una storia come questa. Il giovane Siani viene restituito alla sua dimensione più viva, di chi sa che qualcosa potrebbe costargli tutto ma continua lo stesso. Il meccanismo drammaturgico del passaggio di testimone – dal padre al figlio, dagli anni Ottanta a noi oggi – non è un espediente formale. È la dichiarazione poetica e politica dello spettacolo: la memoria non si eredita automaticamente, si trasmette attraverso un atto di volontà, un momento in cui qualcuno decide di raccontare ciò che ha taciuto per anni. E quell’atto – il racconto del padre al figlio davanti a uno schermo televisivo – è già, in piccolo, lo stesso gesto di Siani: fare i nomi, dire la verità, a qualcuno che ancora non la conosce.
La complessità restituita dal teatro
Il palcoscenico si conferma e si rivendica – con una leggerezza piena di consapevolezza, spazio di elaborazione collettiva, come luogo in cui la memoria delle vittime di mafia non si cristallizza, ma torna a fare domande al presente. Quella di Siani è una storia che continua a interrogare ogni volta che ci si chiede quanta informazione indipendente si è disposti a sostenere, quanto coraggio si è pronti a riconoscere in chi ancora oggi – in Italia e altrove – fa i nomi di chi non vuole essere nominato, e lo fa spesso senza le tutele di una professione che ne garantisce meno che mai. I nomi hanno il pregio raro degli spettacoli che non si esauriscono nella durata della loro messa in scena: escono con lo spettatore, gli restano addosso come la domanda resta in sospeso – essere o non essere, fare i nomi o tacere – e in questo somigliano alla scelta di Siani. Ci sono storie che il teatro è, forse, l’unico luogo capace di restituire nella loro piena complessità: non come cronaca, non come agiografia, ma come esperienza viva di un’umanità che ancora riguarda la nostra.

