La droga non è solo un potente veleno. È anche la linfa che tiene in vita tanti stati, dove la produzione e la distribuzione di sostanze stupefacenti rappresentano una buona parte della loro economia. Questo strano sodalizio tra criminalità non riguarda solo la storia del Sud America, ma raggiunge oggi il suo massimo grado tra le alte montagne del Sud-est Asiatico, dentro i confini del Myanmar. Qui infrastrutture pubbliche, come strade, ospedali, e persino l’esercito si reggono grazie ai profitti della droga destinata al mercato globale. Si tratta dello Stato Wa, che ha raccontato bene nel suo libro “Narcotopia” il giornalista americano Patrick Winn, uno dei pochi che ha documentato da vicino questa realtà poco conosciuta.
Quando possiamo davvero parlare di narco-stato?
«È uno stato, la cui economia dipende in larga parte dai narcotici. Si tratta di un fenomeno raro, e solo a pochi paesi è stata attribuita questa definizione. Io penso però che lo Stato Wa, quello di cui ho parlato nel mio libro, sia l’esempio per eccellenza».
Come è possibile che un cartello di droga possa diventare uno stato?
«Quando si parla di cartelli della droga, spesso si pensa al Messico e ad alcune zone del Sud Italia. Ma il funzionamento di queste organizzazioni nel Sud-est asiatico è molto diverso. Pensiamo allo Stato Wa: il suo obiettivo principale non è quello di fare soldi, come invece lo è per i cartelli di droga e le organizzazioni mafiose. Loro vogliono prima di tutto proteggere il loro gruppo etnico. Solo in un secondo momento entra in gioco il denaro, che serve a costruire strade, ospedali e formare un esercito. Insomma, in quest’altra parte del mondo le dinamiche sono ben diverse».
Che rapporti hanno i Wa con i loro vicini di casa, il Myanmar e la Thailandia?
«Lo Stato Wa si trova dentro i confini del Myanmar, ma se l’esercito o la polizia provassero ad entrare nel loro perimetro, subirebbero gravi conseguenze. I leader Wa sono molto intelligenti: è loro interesse avere buoni rapporti con la leadership birmana per non creare caos. Con la Thailandia i rapporti invece non sono affatto buoni, anche se non cercano mai di attaccarla. Bisogna considerare che a loro non importa di essere riconosciuti legalmente, vogliono solo che le nazioni intorno a loro li rispettino».
Con la Cina invece i rapporti sono migliori?
«Con la Cina il discorso è diverso. Fanno di tutto per non scontentarla, perché dalla Terra di Mezzo arrivano materiali, tecnologia e armi. Praticamente tutto quello di cui hanno bisogno per vivere».
Ma perché i cinesi hanno questo interesse ad avere rapporti con loro?
«Hanno un’ottima ragione per comportarsi così. Tutti i narcotici che vengono prodotti all’interno dello Stato Wa devono andare da qualche parte, ma la Cina non vuole ritrovarseli in casa. Hanno un accordo chiaro tra loro, come se uno fosse il fratello maggiore e l’altro il fratello minore: nessuna sostanza stupefacente deve entrare dentro i confini cinesi. È una strategia totalmente diversa dalla lotta al narcotraffico americano. Immagina gli Stati Uniti fare un patto con i cartelli messicani, in cui si dice di esportare droga ovunque tranne che negli Usa. La tattica cinese bisogna dire che porta i suoi frutti».
Ci sono esempi di altri trafficanti di droga che hanno formato un narco-stato?
«Ci sono molti esempi simili, con la differenza che tutti questi vogliono essere considerati come degli stati dal mondo. Un esempio sono i Talebani in Afghanistan (ascesi al potere anche grazie alla produzione e al traffico di oppio negli anni ‘90, ndr). Loro hanno fatto un percorso all’interno delle Nazioni Unite per essere riconosciuti».
Trump ha definito, ad esempio, anche il Venezuela un narco-stato
«Personalmente non lo definirei così. In base alle statistiche della Dea (Drug Enforcement Administration, agenzia federale americana che si occupa di combattere il traffico di droga, ndr), non molto del fentanyl che ha causato un’epidemia negli Usa viene dal Venezuela. Per questo penso che l’amministrazione Trump non sia interessata alla droga quando accusa Maduro di guidare un narco-stato. Dicendo alla popolazione che il Venezuela sta causando la morte per overdose di tuo fratello o di tua sorella, vuole solo legittimare agli occhi dell’opinione pubblica un’operazione militare nel territorio. L’analogia è quella dell’Iraq, quando l’attacco fu giustificato dalla presenza di armi di distruzione di massa, che in realtà non c’erano».

Parliamo di te. Quanto è stato pericoloso fare la tua inchiesta?
«Alcuni dicono che sono un giornalista coraggioso, ma in realtà non lo sono. Odio correre degli stupidi rischi, non ho mai rischiato la vita. Il mio grande risultato è stato quello di aver raccontato la storia del popolo Wa, che ha creato uno stato da zero. Non tutte le mie fonti erano coinvolte in attività criminali, ma quando lo erano le ho trattate con rispetto, cercando di raccontare la loro storia nella maniera più corretta possibile. Ho incontrato tanti trafficanti di droga nella mia carriera e quando si parla con loro appaiono come delle persone normali».
Tu hai raccontato anche delle trame criminali della Cia in Asia. Non hai avuto ripercussioni?
«Non ne ho avuta nessuna, non ancora almeno. Si possono avere dei problemi con la Cia quando si rivelano cose mai dette prima. Del fatto che avesse favorito i produttori di droga in funzione anticomunista è cosa nota. Certo, io sono entrato dentro la storia, ho rivelato dettagli in più, ho portato alla luce nuovi protagonisti. Però che la Cia sia stata coinvolta nel traffico di droga lo sanno tutti. Sicuramente non sono affatto contenti della pubblicazione del mio libro, ma per quello che ho scritto posso comunque dormire tranquillo».

