Viterbo è diventata una base per i clan criminali stranieri. È stato un caso di cronaca a rivelarlo: due uomini di nazionalità turca, senza bagagli e con atteggiamenti nervosi, alloggiavano da alcuni giorni in un b&b affacciato sul percorso del trasporto della macchina di Santa Rosa. Arrivano senza valigie, vestiti in modo trasandato, restano chiusi in stanza anche durante la festa e comprano alimenti non compatibili con quanto offerto dalla struttura. Ad esempio, acquistano pasta, pur non avendo a disposizione una cucina. Dalla camera filtra solo una forte puzza di fumo. Il gestore mette insieme gli elementi e sceglie di chiamare la polizia: non si limita a dire “hanno pagato, fatti loro”, ma segnala il sospetto, assumendosi il rischio di sembrare esagerato. Da quella segnalazione è scattata l’irruzione della squadra mobile, che ha portato all’arresto dei due.
Blitz alla vigilia della festa di Santa Rosa
La sera del 3 settembre 2025 Viterbo si preparava al trasporto della macchina di Santa Rosa, patrimonio immateriale dell’umanità riconosciuto dall’Unesco. Ma quella che doveva essere una celebrazione di fede e tradizione, per qualche ora si è trasformata in un’operazione di polizia. La cerimonia si è svolta inizialmente a luci accese per motivi di sicurezza. Due cittadini turchi, Baris Kaya (22 anni) e Abdullah Atik (25 anni), sono stati arrestati in un b&b a pochi metri dal sagrato dove termina la processione. Nel blitz la squadra mobile ha sequestrato una mitragliatrice d’assalto Tokarev di fabbricazione est-europea, due pistole semiautomatiche Browning, tre caricatori e diverse munizioni calibro 9. I due, arrivati da poco in Italia e sconosciuti alle banche dati di sicurezza, non hanno precedenti per terrorismo, ma per reati comuni. Durante l’interrogatorio si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. A Kaya e Atik è contestato il traffico e la detenzione di armi. Se la pista iniziale del terrorismo è stata ridimensionata, il contesto in cui questi arresti avvengono resta quello di una progressiva infiltrazione della criminalità organizzata turca nel Lazio.
Un mosaico di arresti
L’episodio del 3 settembre, infatti, non è isolato. Pochi giorni prima, il 26 agosto, era stato arrestato a Viterbo Ismail “Hamus” Atiz, 28 anni, figura chiave del riciclaggio internazionale del cartello turco Casper-lar. Secondo gli inquirenti, oltre a un possibile traffico d’armi a sostegno delle attività del clan, il soggiorno dei due ragazzi nel b&b di Santa Rosa potrebbe essere legato a una missione punitiva nei confronti dello stesso Atiz, di recente dissociatosi dalla fazione dei Dalton-lar. Il 4 settembre, infine, altri cinque uomini di nazionalità turca, tra i 30 e i 40 anni, sono stati fermati in un alloggio in via Cavour a Montefiascone. A questo quadro si collega l’arresto di Baris Boyun, capo dei Dalton-lar, avvenuto nel maggio 2024. Boyun si trovava ai domiciliari con un braccialetto elettronico dove all’interno era stata installata una microspia: le intercettazioni hanno rivelato conversazioni su traffici di armi e droga in Germania e Svizzera, e la capacità di infiltrarsi per la conquista criminale della Turchia. Nella stessa operazione, condotta dalla Dda di Roma, sono state arrestate 18 persone di origine turca residenti tra Italia, Svizzera, Germania e Turchia, con accuse che vanno dall’associazione a delinquere transnazionale al traffico di stupefacenti, omicidi e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tra loro anche un italiano, Giorgio Meschini, 30 anni, di Viterbo, considerato “uno di loro”. Si occupava del supporto logistico, in particolare del trasporto di armi e denaro.
La guerra tra Dalton-lar e Casper-lar
Per comprendere la portata di questi arresti bisogna risalire alla lunga faida tra due clan rivali: i Dalton-lar e i Casper-lar. La prima fazione, fondata da Baris Boyun, prende il nome dai fratelli Dalton dei fumetti di Lucky Luke. Nata nei quartieri popolari, la banda si è trasformata in un’organizzazione strutturata, con un modello orizzontale e un forte uso dei social network come strumento di reclutamento e propaganda. Ha un’età media, a partire dai 15 anni, e utilizzata un linguaggio codificato in simboli e video diffusi online. Il gruppo nasce sul modello dell’estorsione e del sicariato, tipico di alcune organizzazioni albanesi e colombiane, e arriva a costruire un impero, con Viterbo come una delle capitali logistiche da cui assoldare killer turchi. I Casper-lar, invece, sono una fazione scissionista guidata da Ismail Atiz, focalizzata su narcotraffico, ristorazione e logistica.
Le origini di una faida
La faida inizia sul Bosforo: il 26 agosto 2022 un membro dei Casper-lar viene ucciso. Da lì una catena di omicidi nei Balcani e nell’Europa occidentale: Boyun viene collegato all’uccisione, tramite sicari a pagamento, di Jovica Vukotic, boss del clan serbo-montenegrino Skaljar; nell’agosto 2024 l’omicidio di un membro dei Dalton-lar viene rivendicato come risposta. I grandi rivali, i Sarallar, rispondono con una strage di stampo mafioso ad Atene, nel 2023, costata la vita a sei membri del clan di Boyun. Nel 2025 si registrano due esecuzioni: una a gennaio a Istanbul e una il 3 agosto a Torrevieja, in Spagna, dove viene ucciso Caner Koçer, affiliato dei Dalton-lar. In entrambi i casi si è parlato di regolamenti di conti interni alla galassia turca.
Viterbo come snodo della criminalità transnazionale
Dal Bosforo alla Tuscia, le organizzazioni turche hanno trovato nel Lazio un terreno fertile. Viterbo è diventata una base logistica e un rifugio per latitanti e affiliati, grazie alla posizione defilata e al basso livello di allerta percepita. «In realtà – racconta a #Noi Antimafia Raffaele Strocchia, giornalista di ViterboToday– Boyun arriva a Viterbo quasi per caso: viene trasferito qui per ragioni di sicurezza dopo un attentato mentre era ai domiciliari. Non sceglie Viterbo, ma la città si rivela subito attrattiva. È centrale, vicina a Roma e a regioni come l’Umbria, ben collegata ma discreta nel tessuto urbano, lontana dai radar dell’antimafia tradizionale». Da questa casualità nasce però una scelta stabile: grazie alla combinazione di questi fattori «Viterbo diventa una retrovia sicura per continuare a far scoccare le armi, nascondere uomini, gestire i flussi di denaro e mantenere contatti con le reti europee», spiega il cronista. Uno schema che potrebbe valere non solo per la mafia turca, ma anche per altre forme di criminalità, straniera e italiana.
Vuoti di consapevolezza e rischio di sottovalutazione
Se da un lato la risposta investigativa non è mancata – «un vuoto di controllo non c’è, come dimostra il caso Boyun: il braccialetto elettronico è stato usato per intercettarlo e ricostruire i fatti che gli vengono contestati» ricorda Strocchia – dall’altro la consapevolezza collettiva appare ancora fragile. «Possiamo parlare di una consapevolezza parziale – dice – non è un territorio che ha maturato, come molte aree del sud, una vera cultura dell’antimafia. C’è la paura momentanea, l’indignazione del giorno, poi la notizia scivola via». È successo con la mafia autoctona scoperta nel 2019. Una serie di incendi di auto, attentati a mezzi e aziende, teste di animali mozzate lasciate davanti alle vetrine portarono, dopo tre anni di indagini, all’esecuzione di 13 misure cautelari. È successo di nuovo con gli arresti legati alla mafia turca.
Terrorismo o mafia? Il cortocircuito del racconto mediatico
Nel fatto del 3 settembre, la parola “terrorismo” ha dominato le prime ore. Armi, folla, festa patronale, presenza di autorità nazionali e straniere: tutti gli ingredienti di un possibile attentato. Ma il confine tra allarme necessario e narrazione distorta è sottile. «Al momento – sottolinea Strocchia – parlare di terrorismo o di mafia per i due arrestati del b&b è improprio: a loro carico c’è il reato legato alle armi. Il termine terrorismo, però, in una provincia come Viterbo colpisce di più alla pancia rispetto alla parola mafia, perché la cultura antimafia qui è meno radicata». Secondo il cronista, la stampa nazionale non ha raccontato bene il caso Viterbo: «Il primo errore è stato inseguire il titolo facile dell’attacco terroristico sventato. È stata una notizia urlata e poi finita lì. Nessuno ha usato questo episodio per indagare davvero su cosa sia la mafia turca, su come si muove nel mondo, e su come i clan stranieri si inseriscono nei vuoti lasciati dallo Stato intrecciandosi con l’economia locale».

