Non professionisti dell’antimafia né figure apicali di organizzazioni mafiose già note, ma uomini con alle spalle un lungo curriculum di reati comuni, violenza e frequentazioni criminali. È il profilo che emerge dalle 107 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Iole Moricca, che descrive i quattro che hanno piazzato la bomba sotto casa di Ranucci, persone capaci di muoversi con metodo, utilizzare telefoni intestati a prestanome, reperire esplosivo da cava e organizzare sopralluoghi senza lasciare tracce.
Antonio Passariello, il presunto esecutore materiale
Per gli investigatori è il perno dell’azione. È lui che noleggia la Fiat 500X utilizzata per raggiungere Torvaianica, che partecipa al viaggio del 16 ottobre insieme a Saverio Mutone e che, secondo il GIP, colloca materialmente l’ordigno davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. Le intercettazioni lo indicano come colui che ammette più volte il proprio coinvolgimento e che, parlando con Davide Netti, pronuncia la frase: «Ho fatto le cose bene». Il suo passato giudiziario è costellato da numerosi precedenti per reati contro il patrimonio, minacce, violazioni del codice della strada e altre condotte che, secondo il giudice, delineano una personalità stabilmente inserita in contesti criminali. L’ordinanza ricorda inoltre che, pochi mesi dopo l’attentato, avrebbe partecipato insieme a Mutone e Luca Amato all’incendio di alcuni veicoli a Roccarainola, episodio oggetto di un distinto procedimento penale.
Saverio Mutone, il compagno di viaggio
È l’uomo che accompagna Passariello sia durante il sopralluogo del 10 ottobre sia la sera dell’attentato. Le celle telefoniche ricostruiscono il tragitto da Avella fino a Torvaianica e ritorno. Per la gip le sue conversazioni sono particolarmente significative perché descrive dettagli dell’azione che soltanto chi era presente avrebbe potuto conoscere. Pur non avendo condanne definitive di particolare rilievo, Mutone presenta una lunga serie di segnalazioni per droga che coprono oltre vent’anni. L’ordinanza sottolinea soprattutto la sua “freddezza operativa”: pur sapendo di rischiare il carcere, partecipa ugualmente all’azione criminale.
Pellegrino D’Avino, l’uomo dell’esplosivo
Secondo l’accusa è colui che procura l’ordigno e prende parte, insieme a Mutone e Marika De Filippis, al sopralluogo effettuato sei giorni prima dell’attentato. Il suo profilo criminale è quello più pesante del gruppo: precedenti per rissa, una recente segnalazione per detenzione e spaccio di stupefacenti, violazioni fiscali e numerosi episodi che, secondo la giudice dimostrano una stabile frequentazione di ambienti criminali. L’ordinanza segnala inoltre una recente riattivazione di contatti finalizzati all’approvvigionamento di esplosivi, elemento ritenuto indicativo di una persistente progettualità delittuosa.
Marika De Filippis, l’unica donna del gruppo
È la più giovane degli arrestati. Gli investigatori le attribuiscono un ruolo di supporto logistico: avrebbe partecipato al sopralluogo davanti all’abitazione di Ranucci il 10 ottobre insieme a D’Avino e Mutone, contribuendo alla fase preparatoria dell’azione. Per lei la gip ha disposto gli arresti domiciliari, a differenza degli altri tre componenti del gruppo finiti in carcere.
La “gelatina da cava”
L’ordigno utilizzato davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci non era un ordigno artigianale improvvisato. Le analisi del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri hanno accertato la presenza di nitrodiglicole, dinitrotoluene, nitrato d’ammonio e tetrile, una miscela compatibile con la cosiddetta gelatina da cava, un esplosivo industriale impiegato nelle attività estrattive. Secondo l’ordinanza, la combinazione di queste sostanze rientra tra gli esplosivi classificati dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica come materiali destinati alle attività minerarie. Non si tratta quindi di materiale facilmente reperibile sul mercato clandestino comune, ma di un esplosivo che richiede canali di approvvigionamento specifici.
La bomba della camorra
Negli ultimi decenni la gelatina da cava è comparsa in numerose inchieste contro la camorra. Diversi clan campani hanno utilizzato esplosivi sottratti da cave o cantieri sia per attentati intimidatori sia per assalti ai caveau e agli sportelli bancomat. È proprio questa consolidata disponibilità di esplosivi industriali da parte della criminalità organizzata campana ad aver attirato fin dalle prime battute l’attenzione degli investigatori, anche se l’ordinanza non attribuisce il materiale a uno specifico clan. L’esplosione del 16 ottobre 2025 avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. Davanti all’abitazione del giornalista erano infatti parcheggiate due automobili alimentate a gas e, secondo il GIP, solo un caso fortuito ha evitato una deflagrazione ancora più devastante, con possibili effetti sulle persone presenti all’interno della casa.

