Attentato a Ranucci, dietro la bomba una rete di potere

Attentato a Ranucci, dietro la bomba una rete di potere

È stata una bomba a incastrare Sigfrido Ranucci? Un avvertimento per spegnere un’inchiesta? O il gesto ambiguo di un “amico fraterno”? Attorno all’esplosivo che il 16 ottobre 2025 ha distrutto due auto del conduttore di Report davanti la sua casa di Pomezia si è costruita una trama che somiglia più a un romanzo di intelligence che a un fatto di cronaca. Questo raccontato in un’ordinanza di 107 pagine della procura di Roma, di cui #Noi Antimafia è in possesso, dalla quale emerge un quadro inquietante: un intreccio fatto di servizi segreti, criminalità di bassa lega e anche politica, visto che il presunto mandante, Valter Lavitola, avrebbe commissionato un sondaggio che metteva al centro lo stesso conduttore di Report come il possibile candidato alla guida del Campo largo alle prossime elezioni del 2027.

L’inizio della storia

La svolta nelle indagini parte da una mail che la dice lunga sulla piega che poi prenderà l’inchiesta. Se inizialmente i sospetti erano rivolti alla mafia, il testo cambia le carte in tavola: si tratta di un messaggio chiaro con cui la camorra prende le distanze dall’attentato e indica i veri esecutori materiali — Antonio Passariello, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino — arrestati all’alba del 30 giugno. Poi, come in un colpo di scena, emerge anche il nome del presunto mandante: Valter Lavitola, uomo che con l’intelligence ha intrecciato rapporti per una vita intera. L’incredibile è che la mente sospettata dell’attentato è la stessa persona che Ranucci ha definito più volte “un amico vero”. Dal 4 luglio 2026, giorno delle perquisizioni nelle sue abitazioni, il mistero si è infittito: telefoni, pen drive, sette fogli manoscritti e una scia di ipotesi giornalistiche hanno trasformato questa storia in un labirinto dove ogni risposta apre una nuova domanda. E dove la verità, per ora, resta nascosta dietro una deflagrazione che avrebbe potuto essere una strage.

La mail alla procura

La notte del 6 aprile 2026, alle 00:28, arriva sulla casella del pubblico ministero una email anonima dall’indirizzo news20262026@libero.it. Oggetto: “Regalo di Pasqua”. È un messaggio che contiene una serie di indicazioni precise: l’autore materiale dell’attentato sarebbe Antonio Passariello, che vive al rione Gescal di Cicciano. Per di più, vengono elencate le auto utilizzate, tre numeri di telefono, e compare anche il nome di Luca Amato. “Il contenuto della email risultava pienamente attendibile in quanto tutti i riferimenti in essa contenuti trovavano riscontro oggettivo negli elementi investigativi già acquisiti” si legge nell’ordinanza. È il primo snodo decisivo: un messaggio anonimo che non solo anticipa informazioni sensibili, ma coincide perfettamente con ciò che gli inquirenti avevano già raccolto. Da qui nasce la domanda su chi abbia voluto far arrivare quelle informazioni e perché.

L’origine del messaggio

Gli accertamenti tecnici ricostruiscono l’origine dell’account: news20262026@libero.it risulta essere stato creato alle 00:09, appena diciannove minuti prima dell’invio. Registrato con un’identità fittizia, “Ivan Monacella”, ma con un numero di recupero riconducibile a Davide Netti. Il gip, dopo aver esaminato gli accessi e le compatibilità tecniche, arriva a una conclusione che è il vero punto di svolta: “Era possibile dedurre con ragionevole certezza che Netti Davide, verosimilmente per conto di qualcun altro, aveva inviato una mail al pubblico ministero titolare delle indagini”, si legge nel documento, che non solo colloca Netti come esecutore dell’invio, ma introduce un altro soggetto, non identificato, che avrebbe deciso di far arrivare agli investigatori quelle informazioni. È una frase che apre scenari investigativi più ampi, perché suggerisce un livello superiore di regia.

“Non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado”

Che dietro l’attentato non ci fosse la mano della criminalità organizzata emerge con chiarezza dalle intercettazioni. È proprio lì che gli inquirenti trovano un passaggio decisivo: Pellegrino D’Avino, uno degli indagati, dice a un complice: “Quello ha detto a quello che non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado…”. Una frase che, letta nel contesto, non lascia spazio a interpretazioni: il “Corrado” citato è Corrado Moccia, figura di spicco della camorra campana, uomo che negli ambienti criminali non si nomina a caso. Il riferimento è pesante, perché indica che gli esecutori dell’attentato erano consapevoli di muoversi su un terreno che non doveva sconfinare nelle competenze o negli interessi del clan.

“Ho fatto le cose bene”

Tra le intercettazioni riportate, ce n’è una che il gip considera di altissimo valore. È il dialogo tra Antonio Passariello e Davide Netti, mentre parlano di Sigfrido Ranucci e delle sue inchieste sulla banda della Magliana e sui clan calabresi. Il verbale riporta: NETTI: «…lui sopra i servizi, sopra i calabresi ha fatto…» PASSARIELLO: «…ma a me che me ne fotte… io su… mi devi credere… quando andai…» A quel punto, dalle telecamere si vede Netti portare l’indice alla bocca, invitando Passariello al silenzio. Subito dopo, Passariello chiude la frase con parole che pesano come un macigno: «Ho fatto le cose bene.» È un passaggio che il gip valorizza come indice di consapevolezza dell’azione e della necessità di non parlarne. È una frase che, nel contesto, suona come una conferma, un’ammissione indiretta, un riconoscimento del ruolo avuto nell’attentato.

Far sparire Passariello

Il passaggio più inquietante dell’ordinanza riguarda il comportamento dei mandanti dopo l’attentato. Non cercano di proteggere Passariello, né di costruire per lui una strategia difensiva: cercano di farlo sparire. Il gip ricostruisce una serie di conversazioni in cui viene proposta a Passariello la possibilità di lasciare l’Italia, un’offerta che viene estesa anche a Saverio Mutone. Non si tratta di un aiuto, né di un tentativo di sottrarli al processo. Il giudice lo chiarisce con una frase che pesa come un atto d’accusa: «L’intenso interesse mostrato dai mandanti ad allontanarlo dall’Italia e a fornirgli delle versioni di comodo finalizzate, si badi bene, non a scagionarlo ma esclusivamente ad evitare che loro stessi siano identificati.» È un punto decisivo: chi ha commissionato l’attentato non vuole salvare gli esecutori, vuole solo evitare che parlino.

La paura per Colucci

Dopo l’arrivo della mail anonima, nelle intercettazioni emerge un nome che scatena panico e rabbia: Carmine Colucci, titolare dell’autonoleggio da cui proviene la Fiat 500X utilizzata per l’attentato. Passariello, parlando con gli altri, dice: «Questo ha messo la storia mia e di Pellegrino.» È convinto che Colucci abbia fornito informazioni agli investigatori, e secondo il gip manifesta l’intenzione di affrontarlo o addirittura di fargli del male. La tensione cresce quando viene captato un incontro tra Pellegrino D’Avino e Colucci, interpretato dagli investigatori come un possibile tentativo di pressione sul testimone. Non è un dettaglio marginale: indica che il gruppo, dopo l’attentato, non solo tenta di coprirsi, ma prova a intimidire chi potrebbe confermare elementi chiave dell’indagine.

Chi è Valter Lavitola

A Monteverde, quartiere romano vicino Trastevere, c’è il Cefalù, un bistrot di pesce che ha un proprietario tutt’altro che ordinario. È Valter Lavitola, salernitano classe 1966, figura che da decenni si muove nelle zone grigie del potere italiano. Cresciuto nell’orbita socialista di Bettino Craxi e poi vicino a Silvio Berlusconi, ha intrecciato ruoli da editore, imprenditore e faccendiere con rapporti consolidati nell’intelligence, come ammesso da lui stesso. Il suo nome esplose nel 2010 con il caso Montecarlo: grazie a contatti ai Caraibi con un agente dell’MI6 riuscì a recuperare i documenti che dimostravano la destinazione opaca dell’appartamento ereditato da Alleanza nazionale, nel pieno dello scontro tra Gianfranco Fini e il Cavaliere. Una vicenda che coinvolse spioni, presidenti caraibici e operazioni ai margini della legalità. Già sfiorato dalla compravendita dei parlamentari che contribuì alla caduta del governo Prodi nel 2008, Lavitola ha affrontato processi e periodi in carcere. Oggi il suo passato è riemerso fino a incrociare l’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci.

Amici diversi

In un quadro così inquietante, l’attenzione è finita in poco tempo anche su una foto. Un tavolo, cinque sedie. A capotavola c’è Lavitola e alla sua sinistra Sigfrido Ranucci. Non un semplice scatto, ma la testimonianza di un’amicizia che va avanti dal 2019, un rapporto che il giornalista Rai ha confermato senza esitazioni. A rendere il quadro ancora più complesso è un sondaggio commissionato da Lavitola per valutare la possibile candidatura di Ranucci a leader del Campo largo, iniziativa sostenuta da ambienti del socialismo internazionale con cui l’ex direttore de L’Avanti ha mantenuto contatti costanti. Alla luce di questo legame, e parallelamente all’inchiesta in corso, la Rai ha sospeso le repliche estive di Report, decisione che ha provocato reazioni indignate da parte delle opposizioni.

Sette fogli manoscritti

Il 4 luglio 2026 le abitazioni di Roma e Terracina di Lavitola sono state perquisite. Gli investigatori hanno sequestrato telefoni, pen drive e soprattutto sette fogli manoscritti, ritenuti cruciali per comprendere le motivazioni che avrebbero spinto l’indagato a puntare Ranucci come bersaglio. Quei documenti, insieme ai sondaggi sul possibile ingresso del giornalista di Report in politica, potrebbero delineare un quadro più ampio, in cui l’attentato non appare come un episodio isolato ma come parte di una strategia. Le intercettazioni mostrano inoltre come gli esecutori avessero preparato una versione di copertura per far apparire la deflagrazione come un banale recupero crediti, una narrazione che oggi vacilla mentre gli inquirenti ricostruiscono la catena decisionale e cercano nei materiali sequestrati le conferme che mancano.

La perquisizione

Il decreto della Direzione distrettuale antimafia colloca Lavitola al vertice della catena di comando. Secondo gli atti, sarebbe stato lui a incaricare Clesio Tavares Gomes di individuare gli esecutori e organizzare l’attentato davanti all’abitazione del conduttore di Report. Le celle telefoniche lo collocano in sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci già il 15 settembre 2025, un mese prima dell’esplosione. Subito dopo l’attentato, Gomes viene fatto partire per il Camerun, circostanza interpretata dagli investigatori come un tentativo di proteggerlo.