Bastonate: l’amicizia impossibile che attraversò la storia della mafia

Bastonate: l’amicizia impossibile che attraversò la storia della mafia

Non sono rare, nella storia, le amicizie, anche le più profonde, tra persone ideologicamente lontane. Tantomeno lo sono nella lotta alla mafia, dove basta ricordare la vicinanza di Falcone a Magistratura democratica e la militanza di Borsellino nelle organizzazioni giovanili del Movimento sociale italiano. Può inserirsi in questo solco, allora, il sincero affetto tra un comunista e un fascista, uniti da una stima che lo scontro ideologico anche quello violento che negli anni Settanta li aveva visti attivamente contrapposti. Parte da qui “Bastonate”, il podcast di Tommaso Pellizzari per il Corriere della Sera, dedicato al legame tra Enzo Fragalà, avvocato neofascista ed ex consigliere comunale di Palermo per l’Msi e An, e Giuseppe Carlo Marino, storico della sinistra siciliana, cattolico e comunista, entrambi tuttavia convinti di combattere la mafia con le armi della competenza e della legalità 

Così nasce un’amicizia 

 Il rapporto tra i due, racconta il podcast, nasce paradossalmente da un attrito: Fragalà, che militava nell’area vicina a Pierluigi Concutelli, attaccava Marino per essere diventato assistente di un professore di area fascista, in una contrapposizione forse alimentata più da invidie accademiche che da ideologia. Da quella distanza si costruisce, negli anni, una stima profonda, soprattutto per gli scritti di Marino sulla storia della mafia. Marino non amava, si racconta, la mitezza in politica: e proprio quella intransigenza condivisa diventa il terreno su cui l’amicizia attecchisce. Lo storico descriverà l’avvocato con parole che restano il cuore emotivo del racconto: “Delicato impareggiabile amico, al di là di frontiere”. Un’amicizia raccontata dalle parole della voce di Marino, in una registrazione precedente alla sua morte per dar voce ai passi dei suoi libri, ricostruita dall’intelligenza artificiale.  Un legame nato in un’Italia in cui lo scontro ideologico era duro, violento, ma si fondava sulla considerazione intellettuale, sulla coerenza e il rigore. Un’Italia di cui oggi, si chiede la trasmissione, restano solo le macerie. 

Il paradosso dell’isola 

 È lo stesso Marino, nella voce elaborata dall’ai che accompagna gli ascoltatori attraverso il sacco di Palermo e la contiguità tra mafia e potere democristiano, ad attraversare il senso di smarrimento che percorre l’intero podcast per giungere nel tempo della indeterminazione “in cui non so neanche se sia possibile coltivare una qualche speranza”. Per lo storico la vicenda della mafia si integra storicamente e del tutto con quella della Sicilia, senza che questo azzeri le differenze: lo spiega proprio all’amico Fragalà offrendo una chiave di lettura sorprendente della storia e forse anche del loro insolito rapporto. Il racconto ricostruisce anche il paradosso di un’isola che il terrorismo degli anni di piombo ha sfiorato appena: “Da noi i terroristi non sono arrivati, perché ci ha difeso la mafia”, si dice ancora oggi, e dove dunque la contrapposizione ideologica ha preso altri tratti. Nando Dalla Chiesa la definisce una componente del “galantomismo meridionale”: il fascista siciliano viene accettato perché l’isola non ha conosciuto la Resistenza; così la destra, ostile alla corruzione democristiana, appare naturalmente antimafia. La mafia, a quell’altezza storica, entrava per altro pochissimo nelle contrapposizioni politiche perché, spiega Dalla Chiesa, pareva ormai un cascame del passato. 

L’omicidio Mattarella 

Il podcast non si limita alla dimensione intima dell’amicizia, ma riapre scenari inquietanti della storia repubblicana. Giusva Fioravanti, condannato per la strage di Bologna, viene riconosciuto dalla vedova Mattarella come il killer del presidente della Sicilia, ma le prove non bastano per un nuovo processo; resta aperta, per quella morte, anche l’ipotesi di un killer mafioso. L’omicidio dell’erede di Aldo Moro diventa dunque il simbolo di quello che il pm Agueci riconosce come un patto tra cosa nostra e terrorismo nero: far evadere Concutelli in cambio della morte di Mattarella. I documenti, tra cui quelli citati dallo storico Miguel Gotor nel suo recente saggio (link), confermano in effetti che Concutelli si trovasse a Palermo in quei giorni, e i legami di figure come Paolo Bellini sono accertati. Su questo sfondo si muove anche Mauro de Mauro, transitato dalla X Mas prima di diventare direttore de “L’Ora” — mentre a sinistra, ricorda Cavallaro, giornalista del corriere, ci si scaldava per Ho Chi Minh dimenticando Vito Ciancimino — che si era occupato del caso Mattei, collaborando al film di Francesco Rosi. 

Una verità scomoda 

Il cuore drammatico del podcast resta però la sera del 23 febbraio 2010, quando Fragalà viene colpito a bastonate sotto casa, a Palermo. Alle 20.39 l’aggressione, alle 20.55 è già in coma; morirà alle 4.15 del 26 febbraio. Le indagini, dopo un primo filone contro i capi mandamento di Porta Nuova, concluso con assoluzioni per mancanza di prove, si concentrano sulla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio. Per un periodo prende corpo una “pista depistante”: la collaboratrice di giustizia Monica Vitale sostiene un movente passionale legato alle avance verso la moglie di un affiliato minore che nessuno avrebbe voluto vendicare. La verità, ricostruita nel processo, è più scomoda. Fragalà, si dice, doveva essere ucciso perché era “cornuto e sbirro”, perché nei processi faceva parlare troppo: a deciderlo, secondo le fonti, è Gregorio Di Giovanni, boss di Porta Nuova.  

Il movente 

Il movente vero nasce dal caso di un vigile del fuoco in pensione, tale Marchese, che racconta all’avvocato di aver acquistato quote societarie con 500 milioni di vincita al lotto, mentre in realtà stava coprendo un favore fatto alla moglie di Rotolo, vicinissimo a Bernardo Provenzano e di fatto governo ombra di Palermo. Fragalà, che difendeva anche i mafiosi senza mai smettere di essere rigorosamente antimafia, gli crede, e finisce per leggere in tribunale una lettera scritta dalla moglie di Rotolo — forse all’insaputa dello stesso marito — esponendola pubblicamente. È la regola più antica a essere violata: la consegna del silenzio. L’avvocato deve difendere il cliente, non l’organizzazione mafiosa: la mafia ha ucciso per molto meno. Il processo si chiude con condanne tra i 14 e i 30 anni e due assoluzioni: Abate unico esecutore materiale, Arcuri mandante a 24 anni, Ingrassia a 22, Siragusa — che aveva scelto di collaborare, mettendo a rischio se stesso — a 14 anni, pena ridotta a un terzo.