La figlia del clan: la voce ritrovata di Giuseppina Pesce 

La figlia del clan: la voce ritrovata di Giuseppina Pesce 

Sarebbe la perfetta scena per l’inizio di un film. Giuseppina Pesce che emerge dal buio alla fine di un evento pubblico. Che chiede di portare i suoi saluti a Valentina Bellè, che le ha prestato il volto in una serie tv, The Good Mothers, che ha rimesso la sua storia sulle bocche e nelle menti di tutto il Paese. E si dilegua, non prima di aver promesso di raccontare, lei finalmente, con la sua vera voce, la propria storia. Sembra un film, ma è quello che è accaduto a Danilo Chirico, giornalista e attivista antimafia. Dalle conversazioni nate da quella notte, è nato “La figlia del clan”, edito da Piemme, che dopo centinaia di volte in cui per lei ha parlato la voce di qualcun altro, colma un vuoto: la voce di Giusy Pesce. Una donna che porta un cognome che a Rosarno, quindicimila abitanti della Calabria profonda, significa vita e morte.  

Controllare la vita dei cittadini 

Quando nasce, il 24 settembre 1979, Giuseppina Pesce ha già un destino scritto: figlia, di un padre, il boss Salvatore Pesce, che nel suo racconto diventa un uomo dolcissimo, amante della poesia e del calcio, incapace di gesti violenti. Così, per lei, resta ancora oggi. Lei, però, è sorella, nipote di boss, prima ancora di diventare donna. Ha un cognome capace, secondo l’analisi dell’ex procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, di controllare la vita dei cittadini. La ‘ndrangheta però lo fa con un metodo “quasi democratico”, senza bisogno della violenza, perché “ha la maggioranza”: se ai duecentocinquanta affiliati censiti dalla magistratura nella sola Rosarno, si sommano parenti, amici e conoscenti, il controllo del territorio diventa capillare, sotterraneo. Respirato nell’aria. È dentro questo perimetro che si muove il racconto, alternando la voce di Giusy a quella di Chirico, che nella prefazione osserva la distanza — mai colmata del tutto, ma vissuta con fiducia reciproca — tra la propria famiglia “normale” e quella mafiosa dentro cui Giusy non avverte di aver compiuto nessun reato, neanche dopo gli arresti, in un cortocircuito che il libro restituisce con lucidità: “se lo racconto nessuno mi crede”. 

L’educazione al comando 

Il libro racconta anche il motivo di questa percezione alterata della realtà: un’educazione al comando che comincia prestissimo: “Te la inculcano già da bambino l’idea del capo da riverire e delle regole da rispettare”, dice, ricordando come già a otto o nove anni per un maschio inizi la costruzione di quella mentalità di rigetto verso lo Stato che si porterà dietro per tutta la vita, a tredici impari l’uso della pistola. Mentre a quattordici, da una ragazza, ci si aspetta un matrimonio. Cresce pensando, come tutti in famiglia, di essere vittima più che parte di un sistema di potere; impara presto a considerare scontato ciò che scontato non è — mai una porta chiusa, mai un favore negato, e anche nel suo disagio a sapere che così è — e a capire, con altrettanta rapidità, di essere diversa da chiunque altro. Il potere del clan, racconta il libro, non ha bisogno di ostentazione: è semplicemente un dato di fatto, radicato nei gesti quotidiani, nella busta di soldi consegnata a chi ne ha bisogno, nella presenza rassicurante di uno zio boss che, finché ha vissuto, “ha dato a tanti”. 

Indottrinamento, fuga, trappola 

Se l’infanzia è indottrinamento, l’adolescenza è fuga, e la fuga si trasforma in trappola. A quindici anni, incinta, Giusy affronta da sola uno dei passaggi più delicati della sua vita per stare con Rocco Palaia, un “buon partito” ma con il vizio della cocaina. Bastano poche settimane perché la violenza domestica cominci. Quando anche Palaia, formalmente incensurato, entrato nell’orbita dei Pesce diventa un affiliato, lei si conferma colpevole agli occhi di tutti, compreso il suocero: “avevo portato suo figlio alla rovina. Da quel momento mi sono sentita un problema, per tutti”. Restare, però, non è mai stata una vera scelta: Palaia ha, verso sua moglie, l’atteggiamento tipico del mafioso: violenza, umiliazione, assenza. Quando nascono i tre figli, Chiara, Leo e Maria Sole, Giusy trova il senso della sua vita, ma anche la certezza di un destino senza scampo: semplicemente non saprebbe dove andare. Sposata, con tre figli, non può permettersi di scegliere davvero per sé. 

Gli arresti 

Nel frattempo, mentre gli uomini entrano ed escono dal carcere, sono le donne del clan a garantirne la continuità economica: “abbiamo garantito la sopravvivenza della cosca mantenendo la continuità dei proventi anche in assenza degli uomini”, dichiarerà Giusy davanti ai magistrati, diversi anni dopo. Un ruolo di custodia e di potere silenzioso, fatto di collaboratrici insospettabili — “vestite male, ma che farebbero di tutto per la famiglia” — che si infrange però all’inizio del 2010, quando in casa spuntano le microspie che intercetteranno conversazioni familiari fino ad allora considerate un porto franco, e che porteranno agli arresti che cambieranno per sempre la vita di Giuseppina. 

Scene di sofferenza estrema 

L’arresto la travolge. Lontano dai figli, con il rilascio ripetutamente negato, Giusy crolla. Dalla Calabria viene mandata a Lecce, e poi in carcere a Opera (Milano). Qui viene trasferita nel reparto psichiatrico, dove assiste a scene di sofferenza estrema — donne legate al letto, sedate, urla nella notte — che segneranno la sua permanenza e che il libro non esita a raccontare senza filtri, restituendo il degrado della detenzione femminile più fragile. È in quella disperazione — “Non ce la faccio più, fatemi parlare con qualcuno, vi dico quello che vi pare” — che matura la decisione di collaborare con la giustizia, non per sé, ma per i figli: “La mia scelta di collaborare è stata basata su questo, di poter evitare ai miei figli il destino che abbiamo avuto noi”. 

La collaborazione 

La collaborazione, guidata dalla magistrata Alessandra Cerreti, per il mondo che conosceva, ha un costo altissimo. La famiglia le si rivolta contro, la pressione è troppo forte. Torna a Rosarno, con la promessa di essere accolta senza conseguenze. Ritratta, anche se con astuzia non nega le accuse che hanno già procurato nuovi arresti tra i Pesce. A casa le hanno promesso di prendersi cura dei figli, in realtà li maltrattano: “Loro dicono che hanno speso tutto per il tuo avvocato e non hanno più soldi per mantenerci”, le riferiscono. Giusy capisce che, se vuole proteggerli, ha una sola scelta. Torna sui suoi passi una seconda volta, consapevole del prezzo che pagherà: la perdita della madre, della sorella, del padre — detenuto dal 2010, al 41 bis dal 2012 — e di un’intera rete di affetti costruita sul sangue.  

La aspetta una vita ricostruita, mai davvero libera. Fatta di amiche che sanno a metà, di paura. Ma della forza di chi è stanco di nascondersi. 

Non saremo mai persone normali 

“La figlia del clan” non concede scorciatoie consolatorie. Anche dentro il programma di protezione, la libertà resta parziale, sorvegliata, e orientata da un passato che non smette di reclamare il conto: “Non saremo mai persone normali. […] c’è sempre, ogni giorno, un piccolo o grande prezzo da pagare”. È il paradosso di chi ha salvato i propri figli — oggi grandi, ognuno con una vita che comincia ad assomigliare a quella “normalità” a lungo negata — pagandolo con la propria: con l’arresto, dice, “sono morta, ed è nata un’altra persona”. Nella voce di Giuseppina Pesce, mediata dalla scrittura di Chirico, il libro restituisce la fatica quotidiana, tutt’altro che scontata, di scegliere lo Stato al posto del sangue — e di continuare a farlo ogni giorno, anche quando – pur nella gratitudine per lo Stato, e nel coraggio della prima donna di ‘ndrangheta che ha rotto la credenza secondo cui le cosche calabresi fossero inscalfibili – si sente la stanchezza di chi ha perso il diritto a quella che chiamiamo normalità. Il libro ne fa un ritratto umano, empatico eppure rigoroso. Con l’obiettivo, riuscito, non di riabilitare. Ma di illuminare come, dentro le mafie, il prezzo da pagare sia alto anche quando si sarebbe, apparentemente, “sangue blu”. Specialmente se sei una donna.