Selfie con i boss: quando un clic imbarazza il potere 
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Selfie con i boss: quando un clic imbarazza il potere 

La tempesta che ha investito il governo Meloni dopo la diffusione, da parte di Report, di un selfie del 2019 con Gioacchino Amico — figura di riferimento del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra — non è un episodio isolato. È l’ennesima immagine che riapre il dibattito sui rapporti, diretti o indiretti, tra politica e ambienti criminali. Nonostante la premier abbia respinto ogni accusa parlando di “fango nel ventilatore” e rivendicando il proprio impegno antimafia, la questione resta aperta: il confine tra potere legale e potere criminale continua a mostrarsi poroso, un tema che attraversa la storia repubblicana e che torna ciclicamente al centro dell’attenzione pubblica. Le foto, più che prove giudiziarie, diventano indicatori di contesti, frequentazioni, prossimità che interrogano la politica e la sua capacità di riconoscere — e tenere a distanza — figure compromesse. 

Delmastro, Bartolozzi e la rete dei Caroccia 

A marzo 2026 una serie di scatti ha coinvolto il sottosegretario Andrea Delmastro e la famiglia Caroccia. In una foto Delmastro appare abbracciato a Mauro Caroccia, ristoratore condannato per aver agevolato il clan Senese. I due risultano legati anche da un’attività commerciale: la figlia di Caroccia, Miriam, è stata socia del sottosegretario nella “Bisteccheria d’Italia”. Delmastro sostiene di aver ceduto le quote non appena venuto a conoscenza dei precedenti del padre della giovane. Ma le immagini raccontano altro: una foto del gennaio 2026 lo ritrae ancora nel locale, mentre un’altra — del giugno 2025 — lo mostra a cena con Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia. È in corso un’indagine sul telefono di Caroccia, mentre Delmastro sarà ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia. Al momento non risulta indagato, ma la vicenda solleva interrogativi sulla credibilità delle sue dichiarazioni e sulla reale autonomia gestionale della giovane socia, appena diciottenne al momento della costituzione della società.

Decaro e la foto con la famiglia Capriati 

Nel 2024 è circolata una foto del sindaco di Bari Antonio Decaro insieme a una sorella del boss Capriati e alla nipote. L’immagine risale alla festa di San Nicola del 2023. Decaro ha spiegato che si trattava di un semplice scatto con dei passanti, negando qualsiasi frequentazione. Il commento “Roba nostra”, pubblicato su Facebook dal nipote del boss, ha alimentato la polemica, ma non ha portato ad alcun procedimento giudiziario. La foto è diventata un elemento di scontro politico in un momento delicato: il Viminale aveva appena nominato una commissione d’accesso per verificare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune di Bari. Anche in questo caso, l’immagine non ha valore penale, ma contribuisce a costruire un clima di sospetto che pesa sulla percezione pubblica delle istituzioni. 

Il caso Salis e il dibattito sul carcere 

Nel 2025 alcune testate hanno diffuso una foto di Ilaria Salis accanto ad Antonio Dragone, condannato per ’ndrangheta. Lo scatto è stato realizzato durante un incontro con i lavoratori del Polo Universitario Penitenziario di Parma, dove l’europarlamentare presentava il suo libro. La polemica si è concentrata sulle sue posizioni sul sistema carcerario, giudicate da alcuni “di cattivo gusto”, ma non ha prodotto indagini. Anche qui, la foto diventa un pretesto per un dibattito politico più ampio, non un elemento di rilevanza giudiziaria. 

Alemanno, Casamonica e l’eco di mafia Capitale 

Il precedente più noto risale al 2013, quando venne pubblicata una foto dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno con Luciano Casamonica durante una cena al centro Baobab. L’immagine, insieme ad altre emerse successivamente, contribuì a delineare il contesto investigativo che avrebbe portato all’inchiesta “Mondo di Mezzo”. Alemanno fu condannato per corruzione, mentre l’accusa di associazione mafiosa venne archiviata nel 2017. Ma la foto rimase come simbolo di un sistema di relazioni opache che coinvolgeva politici, imprenditori e figure criminali, alimentando un immaginario di contiguità che ancora oggi pesa sulla credibilità delle istituzioni. 

L’assuefazione al sospetto 

La diffusione immediata delle immagini sui social ha trasformato ogni scatto in un caso mediatico, spesso prima ancora che giudiziario. Ma la frequenza con cui emergono foto di politici accanto a figure controverse rischia di produrre un effetto opposto: non indignazione, ma assuefazione. Il problema non è la mancanza di visibilità, bensì la perdita di fiducia nelle istituzioni e negli strumenti di controllo. In un Paese in cui la contiguità tra politica e criminalità è documentata da decenni, ogni nuovo scatto rischia di diventare solo un altro episodio destinato a scorrere nel flusso delle notizie. La fotografia, da sola, non basta. È il contesto che la rende possibile — e accettabile — a dover essere interrogato.