È morto a Roma, il 6 gennaio 2026, Francesco D’Agati, lo storico mediatore di cosa nostra nella Capitale. Potrebbe sembrare una notizia come tante, eppure dietro quella parola – mediatore – ma soprattutto dietro quel ruolo, si annida una questione più profonda: cosa significa oggi esercitare potere dentro un’organizzazione mafiosa? Questa figura è un residuo del passato o rappresenta ancora una componente centrale dei sistemi criminali? «Sono il custode di tutti, sono arrivato io prima che si commettesse qualche errore per non farlo commettere», diceva di sé il boss. Non era un capo militare, né un boss di strada, ma un reggente capace di esercitare un’autorità fondata sulle relazioni più che sulla violenza. Il suo potere non si misurava nel controllo armato del territorio, bensì nella capacità di prevenire conflitti, connettere gruppi e garantire equilibri.
Il caso D’Agati
Conosciuto come “Zio Ciccio”, D’Agati era uomo di fiducia di Pippo Calò, storico esponente palermitano di cosa nostra. Originario di Villabate (Palermo), arrivò a Roma negli anni Sessanta come rappresentante degli interessi della mafia siciliana nel Lazio. Nella Capitale costruì nel tempo una rete di relazioni che lo rese punto di riferimento per la gestione degli affari e per la risoluzione delle tensioni tra gruppi criminali locali. Il suo nome compare in diverse inchieste per riciclaggio, narcotraffico e scommesse clandestine, in particolare sul litorale di Ostia, dove il suo ruolo fu decisivo. Nel 2019, ultraottantenne, era ancora tra i principali protagonisti dell’operazione Equilibri, che ha identificato la presenza di un pericoloso clan tra Ardea, Pomezia e Torvajanica. Era un ponte invisibile: collegava la mafia del sud con quella romana, favorendo accordi, prevenendo fratture e garantendo una pace funzionale agli affari. Nel 2007, secondo gli atti giudiziari, contribuì a formare una tregua tra diversi gruppi criminali romani e siciliani. In altre occasioni intervenne per evitare che alcune tensioni tra clan potessero degenerare in conflitti aperti. Lui stesso si definiva «una persona anziana chiamata a stabilire torto e ragioni».
L’uomo cerniera
Il mediatore non è soltanto colui che mette pace tra clan. È la cerniera tra il mondo mafioso e quello dell’imprenditoria, delle professioni, della politica. Quella “zona grigia” è l’area dove si misura la forza contemporanea delle organizzazioni criminali, spesso più attraverso le relazioni che attraverso il sangue. «È fondamentale – spiega il giornalista Enrico Bellavia, vicedirettore dell’Espresso, a #Noi Antimafia – perché è ciò che ogni capo cerca di avere per espandere il proprio prestigio». Le organizzazioni mafiose, osserva Bellavia, si fondano su due capisaldi: controllo del territorio e impunità. Il primo è garantito da boss, gregari e picciotti; il secondo dalla capacità di costruire relazioni che evitano o condizionano le strettoie giudiziarie. In altri casi, il mediatore coincide con il boss stesso. È il caso di Giuseppe Guttadauro, capo mafia di Brancaccio e medico affermato: le intercettazioni lo ritraggono mentre alterna la gestione delle estorsioni ai contatti con ambienti sanitari e politici, dimostrando come la funzione di cerniera possa essere esercitata anche ai vertici.

Rapporto padrino-mediatore
«È un potere che si rafforza reciprocamente. Il mediatore è subordinato alla figura del padrino nel senso tradizionale, ma il rapporto è cinquanta e cinquanta: non si è davvero capi se non si dispone di una rete di relazioni», aggiunge Bellavia. Il padrino, però, conserva l’esercizio della violenza, della punizione e della vendetta. Il giornalista però sottolinea che «secondo le regole tradizionali è così. Nella pratica quotidiana, però, il padrino tende spesso ad assumere anche il ruolo di mediatore: saltare un passaggio significa consolidare il proprio potere e soprattutto non dover condividere segreti con nessuno». In questo equilibrio instabile si gioca oggi la tenuta delle organizzazioni mafiose: meno visibili, meno verticali forse, ma ancora capaci di rigenerare il proprio potere adattandolo ai tempi.
Ridefinizione dell’“uomo d’onore”
L’“uomo d’onore” non coincide necessariamente con il capo visibile. Può essere il nodo che tiene insieme mondi diversi e porta contatti e accessi all’organizzazione. Lo stesso schema si ritrova nella vicenda di Vittorio Mangano, formalmente stalliere nella tenuta di Silvio Berlusconi, ma in realtà collocato in una posizione di cerniera tra un imprenditore in espansione e la mafia. Diversa è la posizione dei complici: figure esterne, spesso inconsapevoli o collocate in quella zona grigia che non prevede affiliazione formale. «È attraverso di loro che il mediatore amplia la propria rete: quando si tratta di avvicinare un giornalista, un magistrato, un politico, nella maggior parte dei casi non si tratta di uomini d’onore, ma di soggetti che orbitano attorno al sistema», dichiara Bellavia. Si tratta quindi di una funzione strutturale.
L’ecosistema Roma
Roma appare come un laboratorio particolare. Più che terra di capi unici, è uno spazio che richiede mediatori. «Il mediatore allarga la rete di interessi delle organizzazioni mafiose in senso stretto», spiega Bellavia, «che altrimenti sarebbero dei nuclei chiusi, tutti avvitati su se stessi, attivi solo in operazioni criminali». La città ha conosciuto la presenza di quasi tutte le grandi organizzazioni criminali italiane nello stesso momento, che per lunghi periodi hanno scelto la coesistenza piuttosto che lo scontro frontale. Nella Capitale non conviene farsi la guerra: gli affari vengono prima. Le fibrillazioni non sono mancate, «ma sono state spesso legate all’innesto di nuovi gruppi o alla ridefinizione degli equilibri. È il caso delle organizzazioni albanesi, inizialmente utilizzate come manovalanza criminale da diversi soggetti. Per anni hanno svolto un ruolo esecutivo, funzionale agli interessi altrui. Ma le manovalanze crescono», avverte Bellavia.
La selezione dei criminali
Le indagini, gli arresti e le operazioni giudiziarie hanno reso più complessa la selezione delle nuove leve, riducendo esperienza e solidità dei nuovi membri. «Il contesto incide moltissimo: colpi subiti, ricambio generazionale e clima mutato hanno ridotto l’esperienza e la solidità dei nuovi uomini d’onore», osserva Bellavia. Cosa nostra, tuttavia, conserva un tratto distintivo: la capacità di adattarsi alle condizioni del momento. Le famiglie cercano di mantenere il controllo del territorio e la continuità degli affari. In questo scenario, figure come quella di Francesco D’Agati assumono un rilievo particolare per prestigio e rete di alleanze. «Se ci fosse stata una guerra – nota Bellavia – D’Agati difficilmente avrebbe potuto allestire un esercito in proprio, ma il suo prestigio gli permetteva di spingere una rete di alleanze anche con gruppi criminali importanti, conferendogli un potere maggiore di quello che avrebbe avuto sul piano militare».
Il confronto con Francesco Di Carlo
Il libro di Bellavia “Un uomo d’onore” mostra come Francesco Di Carlo incarnasse una figura differente rispetto a D’Agati. Di Carlo collaborò con la giustizia dopo aver scontato quasi tutta la pena, mentre D’Agati ha svolto fino alla fine il ruolo del garante. «D’Agati non è mai stato un collaboratore -osserva Bellavia – se ha accettato di parlare con alcuni giornalisti lo ha fatto più per un brandello di vanità residua, e anche all’interno di un contesto romano che non è quello palermitano o siciliano, quindi questo cambia molto le cose», dice il vicedirettore. Lontano dall’epicentro siciliano di cosa nostra, i mediatori come D’Agati possono assumere una forma di leadership più “laica”, visibile ma comunque rispettosa dei codici dell’organizzazione. «A Roma, dove i riflettori della magistratura sono meno concentrati, alcune esposizioni o sovraesposizioni diventano possibili, e D’Agati è stato uno di questi».
La pericolosità silenziosa
La mediazione mafiosa è spesso sottovalutata dall’opinione pubblica e dai media. «Il sangue in strada cattura l’attenzione, ma le organizzazioni mafiose sono più pericolose quando non sparano, perché sono i loro affari a prosperare», osserva Bellavia. Il paradosso è evidente: le regioni considerate “sicure” o lontane dall’epicentro mafioso sono spesso i territori dove le cosche possono operare con maggiore libertà, «perché la società civile non ha i necessari anticorpi o non li ha sviluppati». Imprenditori apparentemente onesti possono diventare inconsapevoli protagonisti di un lento processo di controllo economico: prestiti, piccole quote societarie, acquisizioni forzate, fino al completo assorbimento dell’azienda. Nei territori tradizionali delle mafie – Sicilia, Calabria, Campania – la presenza di reti investigative e del controllo sociale rende più difficile queste operazioni. Al contrario, in zone percepite come immuni, dal nord Italia fino a Roma, le mafie hanno più spazio per costruire affari e alleanze senza farsi notare.
Il vero potere mafioso
A chi chiede cos’è oggi il vero potere mafioso, Bellavia risponde: «Sta nella possibilità che un signor nessuno o un apparente signor nessuno riesca perfino a farsi eleggere in Parlamento. È il condizionamento degli affari se sei un imprenditore, della politica se vuoi far politica. Condizionare, cioè riuscire a ottenere tutto». Il potere mafioso non si misura più solo con armi o omicidi, ma con la capacità di tessere reti e influenzare decisioni. «Una volta un vecchio boss mi disse: “Per noi nulla è impossibile”», ricorda Bellavia. È questa inesistenza dell’impossibile che definisce il vero potere invisibile della mafia contemporanea.

