Le donne di mafia rispondono allo stereotipo machista sul femminile, si dice. Figure marginali nel sistema criminale, devote, sottomesse, oggetto della violenza e della discriminazione all’interno della famiglia. Questa è la convinzione diffusa che riguarda il ruolo delle donne nelle mafie. Ma è davvero ancora così? La giornalista Barbie Latza Nadeau, in Madrine. Omicidi, vendette e donne della mafia, confuta questo pregiudizio, evidenziando — e interrogando — voci di donne di tutte le mafie, da Cosa nostra alla camorra, senza dimenticare la Sacra corona unita pugliese. Accanto alla violenza agitata sul corpo delle donne, anche come strumento di vendetta, dallo stupro al tradimento, nelle pagine di Nadeau ci sono soprattutto coloro che la morte e la violenza la praticano, pur con la cura di evitare la romanticizzazione del male o l’enfasi vittimista su donne che pure sono state allevate in un contesto in cui difficilmente avrebbero potuto avere una sorte diversa. Come afferma Nikita, una delle più spietate killer mafiose, spesso ci si dimentica, accanto a quello che serve per liberarsi dal giogo della mafia, «quanto coraggio serve per restare».
Lady Camorra
L’architrave della traversata di Nadeau nelle voci delle donne di mafia è, a sua volta, un simbolo: Assunta “Pupetta” Maresca, a cui era stato affibbiato il roboante soprannome di Lady Camorra. A garantirglielo, il fatto di essere stata la prima donna a essere incarcerata per omicidio negli anni Cinquanta, arrestata per aver ucciso, diciottenne e incinta di sei mesi, Antonio Totonno Esposito, mandante dell’omicidio di Pasquale “Pasqualone ’e Nola” Simonetti, dietro la retorica di una legittima vendetta per il proprio onore. La figura di Maresca vale a paradigma di una storia intera. Figlia, a sua volta, di un camorrista, fu arrestata per l’omicidio di cui affidò poi l’arma al fratellino dodicenne, Ciro.
Una figura di spicco
Una volta rilasciata, dopo un tentativo di sfondare nel mondo del cinema — di cui la sua storia divenne anche oggetto, prima affidandole il volto della giovane Alessandra Mussolini e poi quello di Manuela Arcuri — sposò Umberto Ammaturo, che nel 1974 uccise, così suggeriscono le indagini, lo stesso primo figlio di Maresca, Pasquale. Nonostante questo, lei gli rimase accanto fino alla fine, diventando a sua volta figura di spicco nella guerra fra la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia, prima che la sua stella si oscurasse negli anni Ottanta.
“Sempre in controllo, anche quando sembra fragile”
Malgrado questo, Maresca continua a rivendicare per sé stessa una preminenza che rende evidente alla giornalista non soltanto la postura strafottente delle donne di potere all’interno della mafia, ma anche la loro abilità — gli incontri con Pupetta riportati nel libro lo tratteggiano bene — di recitare, anche di fronte ai loro stessi familiari, una remissività che non corrisponde al grado di crudeltà e di furbizia criminale che ben sanno agire e che non a caso a Pupetta valse, al momento della sua morte nel 2021, il primato di essere la prima donna a cui, come spesso accade per gli uomini, furono negate esequie pubbliche. Assunta Maresca è «sempre in controllo, anche quando sembra fragile». E così sono, secondo Nadeau, tutte le donne di mafia che hanno saputo acquisire potere anche senza necessitare di essere formalmente affiliate; eppure, proprio grazie a questa apparente remissività, sono un cardine essenziale della tenuta delle mafie.
Un falso mito
Il machismo della mafia si è tradotto nel pregiudizio che siano state le donne a causare la cattura dei maggiori latitanti, come Riina e Provenzano, ma anche in casi molto più recenti, perché sarebbe proprio seguendo loro — e i rifornimenti di pasta fresca e biancheria pulita — che le forze dell’ordine ne avrebbero scovato i luoghi di latitanza. Tuttavia, spiega Nadeau, non solo non si può attribuire alle donne una sciocca leggerezza domestica come causa dell’arresto dei loro uomini, ma è proprio questa apparente predisposizione alla cura che ne ha protetto la scalata criminale, facendo sì che le percentuali di donne di mafia effettivamente identificate e recluse nelle carceri italiane siano, anche oggi, ridicolmente basse.
Consapevoli e senza scrupoli
L’inchiesta di Nadeau passa in rassegna tutte le più spietate tra le donne di mafia, responsabili di omicidi senza nessuna romanticizzazione possibile, anche di bambini molto piccoli. Sono donne senza scrupoli e consapevoli, abili a usare le armi a loro disposizione, compreso un fascino che agisce facilmente sulla “stupidità maschile” per strutturare potere e comando. Sapendo, tuttavia, come sagacemente nota Nadeau, che questo accade solo quando un uomo lo consente. All’interno, cioè, di un sistema rigidamente patriarcale che la giornalista estende a tutta la società italiana. Sono molto dure le prese di posizione con cui la cronista, originaria del South Dakota, tratteggia l’Italia, vista come un Paese arretrato, in cui la mentalità mafiosa attecchisce perché coerente e consustanziale a quella del Paese nel suo insieme.
Un ritratto dell’Italia
I ritratti dell’Italia come li fa Latza Nadeau, da Corleone alle Vele di Scampia, sono tanto vividi e brutali quanto presi, all’apparenza, dall’immaginario dell’Italia a cui ci siamo abituati con le serie televisive. Eppure, se la giornalista indulge volentieri in quelli che al lettore italiano potrebbero sembrare stereotipi e semplificazioni, è tuttavia molto interessante e sconfortante avere contezza dello sguardo che il resto del mondo ha sul nostro Paese, letto come inguaribilmente sessista e in cui il delitto d’onore — e quindi la protezione per i mafiosi, in un’eloquente equazione — sarebbe venuto meno solo dopo l’inizio del terzo millennio. Nella trattazione di questo documentatissimo saggio, fitto di nomi e di vicende anche molto recenti, sono anche suggestive le aperture a punti di osservazione inediti, ad esempio sul rapporto delle donne di mafia con il sesso e con l’omertà — sono loro, spesso, le più rigorose custodi della fedeltà ai clan — e i fari accesi su storie spesso rimaste fuori dai radar della narrazione giornalistica.
Dare voce alle vittime
Non mancano i ritratti delle vittime, da Lea Garofalo a Pina Aiello, moglie del fratello di Rita Atria, da Giusy Pesce a Giuseppina Multari e Maria Concetta Cacciola, passando per nomi molto meno noti o del tutto sconosciuti. Ma l’autrice tratteggia anche le voci di donne che le mafie si sono occupate di combattere, da Alessandra Cerreti in Calabria, la cui voce è la mappa dell’intero saggio, fino a Federica Angeli e alla sua scelta di non tacere davanti alla mafia romana. Ne emerge un lavoro densissimo e istruttivo, che riscrive l’immaginario di genere nelle mafie in un modo forse non inedito ma sistematico, e sicuramente essenziale per lasciarsi alle spalle molti cascami dei pregiudizi che, di fronte alle donne, hanno finora tolto molto potere anche all’antimafia.

