Per molto tempo la mafia cinese è rimasta invisibile. Non perché non esistesse, ma perché si muoveva sotto traccia, protetta dalla riservatezza della sua comunità e da una lettura comoda che la relegava a fenomeno marginale, locale, quasi folkloristico. Oggi quella narrazione non regge più. Le indagini più recenti – dalle operazioni Cian Lu e China Truck fino ai tredici arresti del 4 agosto 2025 – raccontano una realtà ben diversa: un sistema criminale strutturato, radicato in Italia, capace di infiltrarsi nell’economia legale, di muovere capitali su scala globale e di dialogare, quando conviene, con le mafie italiane. Da Prato a Roma, dai laboratori tessili ai trasporti internazionali, la mafia cinese ha smesso di nascondersi. E oggi, sempre più spesso, lo fa con la violenza.
Dalla micro-criminalità all’impresa mafiosa globale
I primi gruppi criminali cinesi sono arrivati in Italia negli anni ‘80, in cerca di un futuro migliore che trovarono non solo lavorando nelle fabbriche, ma anche dando vita a piccole bande che ricorrono alla violenza per ottenere guadagni dal gioco d’azzardo, dall’usura e dall’estorsione. La svolta arriva negli anni 2000 con la nascita della banda di Wenzhou, un gruppo di imprenditori provenienti dalla costa orientale della Cina, che entra in conflitto con la banda di Lin Gouchun – detto Laolin – per il controllo della comunità cinese più densa d’Italia. Siamo a Prato, la città dove passa quasi il 50% della merce cinese per l’intero continente. Da qui partono un milione e mezzo di euro diretti in Cina ogni giorno.

Zhang Naizhong, il re della mafia cinese
Una figura di primo piano è Zhang Naizhong, che prende il controllo della banda di Wenzhou e stabilisce la pace con Laolin, fissando delle gerarchie precise: Zhang come vertice e Laolin come suo “secondo”. L’obiettivo comune resta il denaro, o meglio il “denaro volante”. Si chiama “fei qian” il circuito finanziario informale su cui si basa il sistema di affari. È il motore di finanziamento della mafia cinese moderna che consente di consegnare contanti sporchi dall’Italia ad un intermediario e vedersi ricevere la stessa cifra ripulita da una diversa parte del mondo. Si basa su un antico metodo nato in Cina con cui i mercanti spostavano ricchezze senza essere derubati.
Il controllo sui trasporti
Zhang mette in atto questo sistema nel settore dei trasporti, ottenendo il monopolio della più grande azienda di traporto cinese d’Europa, che collega Prato, Napoli, Parigi e Berlino. Arriva a controllare camion, container e magazzini, e quindi anche i flussi di droga e danaro. Quando un tir proveniente dalla Spagna venne bloccato con un carico di droga, la loro preoccupazione non è stato il carico perduto, ma uno scatolone con banconote da 500 euro nascosto tra i polli trasportati dal tir. Era denaro in transito del sistema fei qian.
Crisi del vecchio ordine
Dopo lunghi pedinamenti, il 17 gennaio 2018 gli agenti di polizia riescono ad intercettare Zhang mentre era in viaggio da Roma a Prato con suo figlio. Durante il tragitto cambia automobile ben otto volte, come strategia per depistare chiunque lo stesse seguendo. Il giorno successivo scatta il blitz: 33 arresti in tutta Italia, compreso Zhang, con accuse che vanno dall’associazione di stampo mafioso all’estorsione, dal traffico di droga alla prostituzione. Durante gli interrogatori, Zhang non risponde a nessuna domanda, rimane inerte per ore. Quando passa accanto agli altri arrestati – che saranno assolti di lì a breve – questi si inchinano. Gli inquirenti però non riescono a dimostrare la struttura mafiosa dell’organizzazione per mancanza di prove.
Roma capitale (della mafia cinese)
La situazione precipita nel 2023 a seguito di una serie di omicidi, incendi e regolamenti di conti. Roma è ora al centro di questa esplosione di violenza con un duplice omicidio in via Prenestina. In pieno giorno, una coppia di cittadini cinesi viene giustiziata, entrambi legati al gruppo di Zhang. Si è trattato di un segnale chiaro: il vecchio ordine non reggeva più. La mafia cinese esce allo scoperto e lo fa sparando. Roma oggi uno dei centri più delicati per la mafia cinese. Secondo gli investigatori, nella capitale operano tre diverse cellule che si muovono tra l’Esquilino, la periferia Est e l’area attorno la stazione Termini, dove le attività criminali sono più redditizie.
Una lunga storia
La presenza delle organizzazioni cinesi nella città non è nuova: il primo insediamento risale al 1991 e nel 1995, quando una sentenza del tribunale di Roma certifica il loro coinvolgimento nel traffico di droga, nel mercato della prostituzione e nella tratta di esseri umani attraverso una rete di case per appuntamenti e bische clandestine. A differenza di Prato – scelta come teatro della “guerra delle grucce” per la densità della comunità e per il ruolo centrale del distretto tessile – a Roma la mafia cinese non ha mai cercato lo scontro con la criminalità italiana. Anzi, si è messa al servizio delle organizzazioni locali, occupando spazi che non interessavano ai gruppi autoctoni.
La presenza in Italia
La presenza della mafia cinese in Italia non è né recente né marginale. Come ricordato dal procuratore di Prato, Luca Tescaroli, la cosiddetta “mafia gialla” continua a crescere: forti concentrazioni sono state individuate non solo in Toscana, ma anche in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e in parte nella provincia di Pistoia. Seppur l’epicentro resta il triangolo Firenze – Prato – Osmannoro, una relazione sulla sicurezza nazionale nel primo semestre del 2025 segnalava l’evoluzione del fenomeno. In Italia si contano 300 mila cittadini cinesi, una delle comunità straniere più radicate e laboriose, nota per la riservatezza linguistica e sociale. Gli investigatori evidenziano che la mafia cinese in Italia è composta da distinti gruppi criminali che interagiscono tra loro e, in alcuni casi, con le organizzazioni criminali italiane, con cui le alleanze per estorsioni, rapine e sequestri lampo sono una pratica recente.
Business e controllo
Secondo le relazioni periodiche della Dia, i clan sono organizzati secondo modelli gerarchici basati su vincoli familiari e solidaristici, con simboli, riti, giuramenti e linguaggi specifici che garantiscono segretezza e continuità culturale. I gruppi, composti tra le 10 e le 50 unità, hanno un capo e nuove adesioni avvengono tramite cerimonie di iniziazione, con un vincolo parentale molto stretto. L’unico pentito di questa mafia, Zhang Zhen, collaborò nel 1999 per l’inchiesta “Gladioli Rossi”. Soldato del clan, addetto al trasporto di armi, clandestini ed esattore dei debiti di gioco, Zhen rivelò rotte, racket, sequestri e stupri. Dopo un primo agguato, trovò rifugio tra Pisa e Parigi, ma nel novembre 2001 venne assassinato nel suo appartamento: un’esecuzione pensata come avvertimento. I delitti infatti sono prevalentemente rivolti a connazionali, secondo logiche di faida e vendetta, ma l’intimidazione e la violenza rimangono strumenti fondamentali anche nelle operazioni economiche.
Intrecci e alleanze
Nei processi istruiti da Falcone e Borsellino emergeva la pista del traffico di stupefacenti Bangkok – Roma-Palermo, con il cinese Koh Bak Kin come terminale di cosa nostra in Thailandia. I rapporti con la criminalità organizzata italiana si estendono a ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita. Hanno intrattenuto contatti anche con gruppi albanesi e con rappresentanti delle forze dell’ordine e delle istituzioni, alimentando reti di corruzione, come dimostrano recenti arresti a Prato. La collaborazione riguarda anche il settore economico: gli imprenditori italiani si avvalgono della manodopera cinese a basso costo, con orari di lavoro che arrivano fino a 16 ore al giorno, sette giorni su sette. Oggi, l’economia criminale cinese ha affinato strategie per sottrarsi al fisco e ottenere vantaggi competitivi, come il cosiddetto “sistema apri e chiudi”: le attività vengono aperte per un arco temporale limitato – circa due anni – e poi chiuse, mantenendo clienti, fornitori, personale e attrezzature, grazie anche al supporto di consulenti fiscali italiani.

Il ruolo delle istituzioni
Nel 2001 una storica sentenza della Corte di Cassazione conferma la natura mafiosa e la pericolosità di queste organizzazioni e riconosce il 416-bis ad una struttura cinese operante in Italia. Fu il primo passo delle istituzioni per fare luce su una realtà sottovalutata per troppo tempo. L’impegno delle istituzioni italiane si è intensificato. Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ha visitato Prato nell’aprile 2025, riconoscendo l’urgenza della lotta alla mafia cinese e auspicando la creazione di una sezione distaccata della Dia nella città. Come sottolinea il procuratore Luca Tescaroli, per arginare il fenomeno è fondamentale estendere garanzie e protezioni agli stranieri. L’attività investigativa si concentra non solo sulla repressione dei reati più gravi, ma anche sul monitoraggio dei flussi di denaro, sulle attività economiche e sulla manodopera nei laboratori. Il lavoro delle istituzioni combina dunque azione giudiziaria, controlli economici e monitoraggio sociale, nell’ottica di limitare l’espansione della criminalità organizzata cinese e proteggere al contempo l’economia legittima e le comunità locali.

