La lunga storia del rapporto tra la mafia e i referendum sulla giustizia

La lunga storia del rapporto tra la mafia e i referendum sulla giustizia

I referendum sulla giustizia in Italia hanno spesso attirato l’attenzione delle organizzazioni mafiose. Non perché questi strumenti di democrazia diretta siano “mafiosi” in sé, ma perché alcune riforme del sistema giudiziario possono incidere direttamente sulla capacità dello Stato di indagare, processare e condannare i reati di criminalità organizzata. La storia dei referendum in materia mostra infatti come, periodicamente, il confronto politico e giuridico si intrecci con le preoccupazioni degli investigatori antimafia. 

La spinta del Partito Radicale 

Il referendum è previsto dalla Costituzione italiana come strumento con cui i cittadini possono abrogare una legge o una sua parte. In tema di giustizia, questo meccanismo è stato utilizzato più volte, soprattutto per modificare aspetti del processo penale, dell’ordinamento giudiziario o delle misure cautelari. Proprio questi ambiti sono cruciali nelle indagini contro le mafie, che richiedono strumenti investigativi particolarmente incisivi. Uno dei precedenti più importanti risale al 1987, quando gli italiani votarono il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, promosso dal Partito Radicale. Il quesito chiedeva di rendere più facile citare in giudizio i magistrati per errori giudiziari. Il referendum fu approvato con larga maggioranza e portò alla legge Vassalli del 1988. In quegli anni l’Italia era nel pieno della stagione dei maxi-processi alla mafia, e molti magistrati temevano che una responsabilità civile più ampia potesse esercitare pressioni indirette sull’attività giudiziaria. 

Gli anni Novanta e Duemila: scontro aperto 

Negli anni Novanta il tema tornò più volte al centro del dibattito politico. Nel 1995 furono promossi alcuni referendum sulla giustizia, tra cui uno sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti e uno sulla custodia cautelare. L’affluenza però non raggiunse il quorum e i quesiti decaddero. Anche in quel caso, tra i magistrati antimafia si diffuse la preoccupazione che una limitazione della custodia cautelare potesse ridurre l’efficacia delle indagini contro le organizzazioni criminali. La questione riemerse negli anni Duemila con nuove iniziative referendarie, spesso sostenute da movimenti garantisti o da forze politiche che denunciavano un eccesso di potere della magistratura. Il confronto pubblico oscillava tra due esigenze: da un lato la tutela dei diritti degli imputati e il controllo sull’operato dei magistrati, dall’altro la necessità di mantenere strumenti efficaci per contrastare reati complessi come quelli di mafia e corruzione. 

Il referendum del 2022 

Un momento recente di questo dibattito è stato il referendum del 2022 sulla giustizia, promosso da Lega e Partito Radicale e sostenuto da diverse forze politiche. I quesiti erano cinque e riguardavano: l’abrogazione della legge Severino sull’incandidabilità dei condannati, la limitazione delle misure cautelari, la separazione delle funzioni dei magistrati, la riforma del Consiglio superiore della magistratura e il sistema di valutazione dei magistrati. L’affluenza si fermò però attorno al 20 per cento e nessun quesito raggiunse il quorum. Tra questi temi, quello delle misure cautelari è stato uno dei più discussi dagli investigatori antimafia. La custodia cautelare in carcere, ad esempio, è spesso utilizzata nelle indagini contro le mafie per impedire agli indagati di continuare a gestire attività criminali o di influenzare testimoni e collaboratori di giustizia. Ridurne l’ambito di applicazione potrebbe, secondo alcuni magistrati, rendere più difficile interrompere le attività delle organizzazioni criminali. Un’altra questione sensibile riguarda la legge Severino, che stabilisce l’incandidabilità per alcuni reati gravi. Sebbene non sia una norma specificamente antimafia, la sua eventuale abrogazione avrebbe potuto incidere anche sulla presenza di amministratori locali condannati per reati legati alla criminalità organizzata o alla corruzione. 

Indebolire l’azione giudiziaria 

Le mafie, dal canto loro, osservano con attenzione questi passaggi legislativi e referendari perché ogni modifica alle regole del processo penale può cambiare l’equilibrio tra repressione e garanzie. Storicamente, le organizzazioni criminali hanno cercato di sfruttare ogni spazio normativo o procedurale per indebolire l’azione giudiziaria, dalla prescrizione ai tempi dei processi fino alle norme sulle intercettazioni. “La criminalità organizzata aspira ad avere una magistratura screditata e intimorita, così più debole nelle attività di contrasto – ha sottolineato a #Noi Antimafia Mario Palazzi, procuratore capo di Viterbo – Se la base di legittimazione della politica è il consenso, quella della giurisdizione è la fiducia. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una campagna di delegittimazione del potere giudiziario con il solo scopo di far passare una riforma costituzionale”. 

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 

A un mese dal referendum del 22 e 23 marzo 2026, è opportuno farsi una domanda: quale posizione ha sostenuto la mafia? “Da quel che se ne sa non c’è stato un endorsement per il Sì dei capi delle organizzazioni mafiose, ma l’esperienza non ci fa immaginare uno scenario diverso da quello che, per esempio, portò molti boss a interessarsi alle battaglie sulla giustizia del Partito Radicale, alcune peraltro più che condivisibili –  ha detto a #Noi Antimafia il giornalista Enrico Bellavia – Questa campagna, al di là delle ipocrisie, si è svolta tutta come se in ballo ci fosse la necessità di dare una lezione alla magistratura. Cosa che ai mafiosi non dispiace di certo. Non mi pare ci sia da scandalizzarsi se, come ha fatto Nicola Gratteri, lo si fa notare. Non pregiudica la correttezza di tutti gli elettori del Sì, ma resta il fatto che accanto a tanta gente in buona fede ci siano portatori di interessi confliggenti con il doveroso controllo di legalità”. 

Il punto di vista dell’antimafia 

Va però sottolineato che il dibattito sui referendum sulla giustizia non può essere ridotto a uno scontro tra “pro-mafia” e “antimafia”. Le riforme della giustizia riguardano l’intero sistema democratico e coinvolgono principi fondamentali come la presunzione di innocenza, la responsabilità dei magistrati e l’equilibrio tra poteri dello Stato. Proprio per questo ogni proposta di modifica suscita discussioni intense tra giuristi, politici e operatori del diritto. In definitiva, l’interesse delle mafie verso i referendum sulla giustizia deriva dal fatto che queste consultazioni possono incidere su strumenti decisivi nella lotta alla criminalità organizzata. Non significa che i referendum siano favorevoli alle mafie, ma che ogni cambiamento delle regole processuali ha effetti potenzialmente rilevanti anche su quel fronte. È per questo che, ogni volta che si parla di riforme della giustizia, il punto di vista dell’antimafia torna inevitabilmente al centro del dibattito pubblico.