Anche nelle celebrazioni, lei è – troppo spesso – soltanto una funzione, “la moglie di”. Ci pensa un film, “Francesca e Giovanni – Una storia d’amore e di mafia” di recente approdato sulle piattaforme di streaming, a restituire memoria del percorso umano e professionale di Francesca Morvillo, che prima di essere la moglie di Giovanni Falcone era una giudice, uccisa con il marito nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. Francesca e Giovanni è il ritorno alla regia della coppia Simona Izzo e Ricky Tognazzi. I due non solo raccontano la storia dei due magistrati simbolo della lotta alla mafia, ma anche quella della donna, ancora poco conosciuta. Il sottotitolo è eloquente rispetto alle intenzioni, e mantiene le promesse. Si tratta di una storia “di amore e di mafia”, e sulle prime sembra indulgere soprattutto sulla prima, restituendo una immagine dei due magistrati – e dei lori colleghi, da Paolo Borsellino ad Alfredo Morvillo – giovane e in gran parte lieve, grazie alle interpretazioni di Primo Reggiani – carriera tuttavia iniziata già prima del 2000, adolescente – ed Ester Pantano, già nel Diabolik dei Manetti Bros.
Due vite per l’antimafia
Nel film giudici Falcone e Morvillo, eroi dell’antimafia, riacquistano la loro verità di esseri umani, con le incertezze e le fragilità umane, le piccole bugie dette a se stessi per tenere vivo un amore già finito – quello di Francesca col primo marito, professore di diritto – e i dubbi nel gettarsi in un sentimento nuovo, nato in un pranzo in riva al mare che cambierà la vita di entrambi. Dentro questa cornice leggera c’è, tuttavia, una intera vita (anzi, due) di lotta alla mafia. Con un approccio puntuale e didattico, nella ricostruzione dei due registi ci sono tutti i caposaldi: il maxiprocesso e Pizza Connection, la mancata nomina a capo del pool che porterà Falcone a Roma e l’attentato all’Addaura, Costanzo che brucia in televisione una maglietta con la parola mafia e la signora che si lamenta – qui dal vivo anziché sui giornali – delle sirene della scorta che disturbano la quiete dei vicini di casa.
L’attenzione per i detenuti
C’è, tuttavia, anche quello che di solito non si racconta: la storia professionale di Francesca Morvillo. Si parte dal 1979, quando – chiamata al porto per l’arresto di un ragazzo di 16 anni reo confesso di aver ucciso il padre – incontra Dino, il proprio ex allievo di tanti anni di insegnamento ai figli dei detenuti. L’omaggio che percorre questo film, prima ancora che alla coppia di magistrati, è ad una postura, un modo di interpretare il lavoro giuridico. L’approccio della giudice Morvillo è serio e rigoroso, ma non dimentica mai la “specificità del minore”, l’obiettivo rieducativo che la pena e il carcere stesso devono avere, né la necessità che i detenuti ricevano un trattamento umano e gesti di cura, quelli che spesso sono loro mancati anche all’esterno, coltivando le condizioni che li hanno portati nel carcere minorile.
Sciascia come strumento
Morvillo è presente, dedita, intuitiva: ha capito che il ragazzo si sta addossando una colpa non sua e nel tentare di accompagnarlo a confessare la verità, tocca con mano la cultura mafiosa cui i ragazzi si sentono costretti anche dentro il carcere, capendo quanto ogni giovane mente che sceglie la via dell’omertà mafiosa, della festa per le morti di servitori dello stato, sia spesso solo “il prodotto dei loro padri”. Per scrivere un’altra storia hanno bisogno di strumenti. A partire dai libri di quel Leonardo Sciascia che amaramente considerava Palermo “irredimibile”, ma le cui parole possono essere un nuovo seme. C’è forse un filo di retorica, nella parte di vicenda che chiama al riscatto dei figli dei mafiosi e dei dimenticati della città, ma funziona e risponde a una verità, quantomeno possibile.
Il clima di terrore a Palermo
Rimane ferma la lotta di Morvillo contro un sistema, sempre sessista, che respinge il suo approccio, scrivendo sentenze dure che spesso non punivano solo i colpevoli, come il giovane Dino, ma anche Francesca e il suo approccio stesso. Nel frattempo il clima, in una Palermo che la voce di Morvillo aveva aperto il film ammettendo “mi inquieta, da sempre”, l’aria si fa sempre più cupa. I magistrati sanno di avere il destino segnato, e gli anni Ottanta e Novanta a Palermo sono una lunga teoria di drammatiche telefonate e morti piante davanti al televisore durante il pranzo della domenica. Francesca si rispecchia in quella della moglie del generale Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, e Giovanni intravede il destino che sembra attenderli entrambi. Impone allora all’amata una distanza che lei rifiuterà recisamente, convinta che la paura non possa impedire loro di vivere con la stessa forza con cui li colpisce una città di “vedove che invecchiano senza pace, spose invecchiate d’un colpo, i letti vuoti, i figli orfani”
“Fare tutto, anche essere felici”
Mentre intorno a loro scorre la vita e la sorte che conosciamo, rimane un’eredità di chi ha “fatto tutto, anche essere felici”, la incarna una ragazza, figlia di quella città, che sceglie la verità perché “se i giudici rischiano la vita, dobbiamo farlo anche noi”: un parziale risarcimento che Morvillo – nella finzione dei registi – farà in tempo a vedere. Un segno di giustizia che omaggia, se non altro tardivamente, la figura di una donna che, anche oggi, riposa lontana dall’amato Giovanni: la memoria del Paese li divide nel riconoscimento. E sarebbe, finalmente, ora di rimediare.

