Immaginate di investire i vostri risparmi in un’attività online, assicurandovi che tutto sia in regola, per poi scoprire di essere divenuti soltanto l’ennesima pedina marginale in una fitta rete di accordi internazionali che coinvolge ’ndrangheta e servizi segreti in operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Una storia che sembrerebbe uscita dalla sceneggiatura di un film d’azione, ma al contrario è la drammatica realtà vissuta da un imprenditore romeno che, dopo aver denunciato i fatti ai media del proprio Paese, ha deciso di rompere il silenzio anche in Italia, raccontando a #Noi Antimafia ciò che si nasconde dietro un sistema globale ancora in larga parte sommerso.
Un casinò apparentemente in perfetta regola
È il 2021 quando Dario – nome di fantasia scelto per tutelarne l’identità – decide di aprire un casinò online. «Era un progetto ambizioso, certo, ma, almeno sulla carta, non presentava alcuna anomalia» ha raccontato. E infatti così sembrava: licenza di Curaçao e sede legale a Malta, isola del Mediterraneo divenuta negli ultimi anni leader mondiale nel campo del gioco virtuale grazie ad una normativa che ne regolamenta il settore. Per lo sviluppo della piattaforma, Dario si affida alla Betstarters Srl, società di diritto maltese con sede anche a Bucarest, guidata dall’imprenditore calabrese Marco Zucco. All’apparenza, insomma, tutto procede in modo regolare.
Marco Zucco e l’“Operazione Gambling”
Solo tre anni più tardi, però, Dario scoprirà che nel 2015 la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria aveva avviato la cosiddetta “Operazione Gambling”, un’inchiesta che aveva portato alla luce l’esistenza di un’associazione a delinquere riconducibile alla ’ndrangheta, attiva proprio nel settore delle scommesse online. L’organizzazione, secondo gli inquirenti, utilizzava società estere di diritto maltese come strumento per il riciclaggio di grandi flussi di denaro. Tra i 28 imputati dell’indagine spicca il nome di Marco Zucco.
Qualcuno di molto influente
All’epoca dei fatti, tuttavia, Dario è completamente all’oscuro del meccanismo che si muove intorno alla sua attività. «I primi dubbi iniziano ad arrivare solo nel 2023, quando vengo contattato da Marius Sarafu, ispettore dell’Ufficio nazionale del gioco d’azzardo romeno, che si mostra particolarmente interessato ad entrare nella mia società come azionista, promettendo di presentarmi “qualcuno” in grado di farmi guadagnare fino a 30 milioni di euro al mese». In realtà si tratta di tre persone: Bogdan Maruntis, Ovidiu Toma e Sebastian Birligea, fondatori della società romena Cryptodata, divenuta la principale azionista del team di MotoGP RNF dal 2019 al 2023, prima di essere espulsa dal campionato per “ripetute infrazioni e violazioni del contratto di partecipazione”, come riportato in un comunicato ufficiale pubblicato su motogp.com.
Lo scandalo Karatbars
Il nome Cryptodata non è nuovo alle controversie. L’azienda era infatti già emersa in uno dei più eclatanti scandali finanziari legati al mondo delle criptovalute: quello di Karatbars, considerato da numerose autorità internazionali il più grande schema piramidale basato sull’oro mai realizzato. La società, fondata nel 2011 da Ovidiu Toma insieme ad altri imprenditori tedeschi, promuoveva l’investimento nella criptovaluta KaratGold, la cui solidità sarebbe stata garantita – almeno sulla carta – da presunte miniere d’oro di proprietà dalla società in Madagascar. Una circostanza rivelatasi poi del tutto falsa. In realtà, il progetto presentava tutte le caratteristiche tipiche di uno schema Ponzi: il reclutamento continuo di nuovi aderenti e i loro versamenti servivano a pagare i rendimenti promessi ai precedenti investitori, in totale assenza dunque di reali attività economiche. Dopo lo scandalo, esploso al massimo con l’arresto di uno dei fondatori e con divieti imposti in diversi Paesi, Karatbars è fallita nel 2019, lasciando però insoluto un debito di circa 80 milioni di euro, mai restituiti agli investitori.
Una proposta illogica
Forse proprio questo enorme debito in criptovalute che i soci di Cryptodata vorrebbero “ripulire” attraverso il reinvestimento nel casinò. Il piano da loro proposto prevede, infatti, l’acquisizione del 75% dell’attività, mentre il restante 25% rimarrebbe a Sarafu e Dario, con quest’ultimo che, almeno formalmente, continuerebbe a figurare come direttore ufficiale. Per rendere l’operazione più credibile e apparentemente lecita, Toma gli presenta anche una lettera di garanzia da 1,5 milioni di euro, emessa da una banca estera sul modello di quella già esibita in passato alla MotoGP. Peccato, però, che il soggetto garante sia una società romena con un fatturato annuo di poche centinaia di migliaia di euro. «Come può un’azienda di tali dimensioni garantire somme tanto elevate?” È una domanda che Dario rivolge anche a Sarafu, ricevendo però una risposta che suona più come un avvertimento che come una spiegazione: «Meglio accettare e tacere». Dietro quelle persone ci sarebbe Florian Coldea, ex direttore del Servizio Romeno di Informazioni (SRI), oggi sotto accusa per corruzione e favoritismi.
Un coraggioso “no”
Ma Dario al silenzio non intende piegarsi. Decide allora di rifiutare l’accordo e, da quel momento, per lui inizia un vero e proprio inferno: minacce, vessazioni, fino ad arrivare ad un ordigno esplosivo messo nella sua auto. Parallelamente, si intensificano le pressioni anche da parte di Mario Zucco, che insiste affinché Dario gli ceda la licenza, mantenendo però il suo nome formalmente coinvolto nell’attività. Dario decide allora di chiudere il casinò e, nell’aprile del 2024, denuncia l’accaduto alla Direzione nazionale anticorruzione romena e, successivamente, anche alla Squadra mobile antimafia di Roma. La vicenda è ora all’attenzione delle autorità competenti e si resta in attesa dei successivi sviluppi investigativi.
La storia non finisce qui
Nel frattempo, negli ultimi mesi continuano ad emergere testimonianze e denunce nei confronti di Florian Coldea, alcune delle quali sono state messe a tacere definitivamente in circostanze poco chiare, come quella di Danuț Trăilă, trovato senza vita nel suo appartamento lo scorso 30 novembre. Una storia, quella di Dario, che sembra dunque inserirsi in un contesto più ampio, dove ‘ndrangheta, mafia romena, interessi economici internazionali e poteri forti si intersecano in un equilibrio fragile e pericoloso, lasciando intravedere quanto possa costare, ancora oggi, scegliere di non restare in silenzio.

