Per una generazione, il volto di Enzo Tortora era quello di un amico di famiglia. Un uomo per bene, che insieme al pappagallo Portobello entrava, dalla tv, nelle case di ventisette milioni di persone, fondando la tv italiana come l’hanno conosciuta per generazioni. Per chi non c’era, è difficile capire la dirompenza di vedere proprio quell’uomo finire in galera, fotografato con gli schiavettoni ai polsi – dopo quel giorno che cambieranno i codici e sarà proibito riprendere un uomo in manette – con l’accusa di essere un mafioso. È innocente, ma la sua vita ne sarà stravolta per sempre. Anche per questo, è una storia che merita di essere raccontata. Lo fanno, in un lavoro elegante e precisissimo “Nell’occhio del labirinto. Apologia di Enzo Tortora”, due giovani di talento, l’attore Simone Tudda e il drammaturgo Chicco Dossi. Tornato in scena, dopo trentacinque repliche, al teatro Gerolamo di Milano, è un lavoro di grande qualità scenica, ma anche di rigoroso teatro civile. Ne abbiamo parlato con Simone Tudda, protagonista, oltre a questo lavoro, del nuovo spettacolo di Emanuela Giordano in cui si racconta la ‘ndrangheta. Due racconti per dar voce alle vittime, ma anche un’occasione per riflettere sul ruolo e la responsabilità degli artisti – e dei più giovani – nella lotta alle mafie.
Perché c’è bisogno di raccontare questa storia?
«Per operare un esercizio di memoria storica “attiva”. Non basta solo ricordare, ma bisogna indagare un capitolo di storia italiana che non è stata vissuta in presa diretta (ma nemmeno così remota, circa quarant’anni fa). Attraverso la lente d’ingrandimento del passato possiamo scoprire quanto ci siamo emancipati, e quanto la storia – per quanto questa frase sia inflazionata – si ripeta anche quando desideriamo il contrario».
Il “Labirinto” che inghiotte Tortora, parte da un gesto apparentemente di contrasto alla mafia. Cosa racconta di quel momento?
«Gli anni ‘80 furono caratterizzati da molti gesti contro la mafia. Si stava delineando il reato dell’associazione di tipo mafioso e il grande lavoro della magistratura creava le basi per delle leggi antimafia che tuttora il mondo ci copia e invidia. Noi attraversiamo nello specifico il maxiprocesso alla nuova camorra organizzata e il fenomeno del pentitismo, collegato alla legge sui collaboratori di giustizia che concedeva loro benefici ( come sconti di pena e protezione) in cambio di informazioni sull’organizzazione criminale di appartenenza. La legge neonata provocò una serie di tentativi da parte dei carcerati di fornire informazioni false pur di ottenere questi benefici: si innescò una vera e propria caccia allo scoop tra i cosiddetti “nomi enormi”, con un’escalation di accuse sensazionalistiche. Basti pensare che il blitz del 17 giugno 1983 che coinvolse l’arresto di Enzo Tortora contava 850 presunti affiliati».
Perché la camorra aveva voluto colpirlo?
«Tortora era un bersaglio ideale per fare notizia: un personaggio pubblico stimato, dall’aspetto di uomo perbene e dunque insospettabile, che milioni di telespettatori aspettavano di seguire ogni venerdì. A questo, si aggiunse la storia dei centrini di seta di Giovanni Pandico (cuciti a mano dal compagno di cella Domenico Barbaro). Criminale mafioso con disturbi psichiatrici diagnosticati, li inviò alla sua amatissima trasmissione Portobello, ma andarono perduti e non arrivarono mai alla Rai. Pandico scrisse lettere di lamentela indirizzate direttamente a Tortora; successivamente lui affermò falsamente ai magistrati che “centrini” fosse un nome in codice per la droga, alimentando le accuse infondate».
Come sono cambiate le cose grazie a Tortora?
«Per l’idea che me ne sono fatto io, Enzo Tortora si è battuto affinché si cercasse la giustizia giusta, affinché tutti potessimo essere giudicati “innocenti fini a prova contraria” anziché “colpevoli fino a prova contraria” e tutto questo senza voler diventare eroe né martire».
Tu hai portato in scena anche “Se dicessimo la verità”, in cui dalla camorra si passa alla ‘ndrangheta arrivata al nord. Quale responsabilità senti, per la tua generazione e gli artisti, nella lotta alla mafia?
«Una responsabilità enorme, ma più che da artista, qui parlo da cittadino italiano. Desidero che ci sia più attenzione verso la lotta alla mafia, che i magistrati vengano sostenuti affinché possano operare con la massima forza e precisione possibile contro un cancro che ci affligge. Un cancro che non è però da immaginare estraneo al tessuto sociale che la esprime: “I mafiosi non sono marziani” diceva Falcone. Io sento la responsabilità di parlarne, sui palchi, nelle scuole, nella vita. La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Anche questa non è mia, è di Paolo Borsellino, ma le citazioni sono fatte per essere rigenerate e tramandate, come le storie a teatro».
Come, scenicamente, si dovrebbero raccontare queste storie e che strada avete scelto voi?
«Non esiste (e aggiungerei per fortuna) un modo di come si “dovrebbero” fare le cose in teatro, ma ci si può effettivamente interrogare su come bisogna parlare di mafia: penso ai tantissimi film e serie tv che esaltano il fascino del fuorilegge, che è libero perché fa quello che vuole, e che risponde solo alla sua giustizia personale e privata. Ed ecco che la narrazione provoca danni: se diventi un mafioso non diventi un re del mondo, finisci in galera, ammazzato, o nel migliore dei casi scappi e ti nascondi tutta la vita».
Voi raccontate le storie di mafia viste dalla parte delle vittime, che permettono di smontare molta retorica: una dimostrazione che, come dicevi, anche nel contrasto alle mafie, come nel loro proliferare, una gran parte la fa la narrazione.
«In “Se dicessimo la verità” scritto da Giulia Minoli e diretto da Emanuela Giordano, il punto di vista è invertito: raccontiamo la storia di chi si è ribellato alla mafia, di chi ha scelto di non abbassare la testa o di chi l’ha rialzata dopo innumerevoli soprusi, di chi ha creduto nelle istituzioni e vi ha trovato supporto e riparo, e di quanta scelta abbiamo anche se tendiamo a dimenticarcene».
Che idea ti sei fatto sulla consapevolezza della società – I giovani e non solo – sul fenomeno mafioso, e su quanto si sentono coinvolti dalle iniziative sulla legalità?
«Credo che bisognerebbe parlarne davvero tanto di più: penso alle scuole, che sono il luogo in cui si forma la società del futuro. Il fenomeno mafioso è preso sottogamba, dimenticato, o a volte torna un rigurgito di mitizzazione proveniente da quella narrazione di cui parlavo prima. Eppure, le iniziative sulla legalità fanno subito breccia nell’interesse dei ragazzi e delle ragazze: non vedono l’ora di saperne di più e di diradare la nebbia di ciò che ignorano. Subito li vedi accendersi, infervorarsi, divorare le informazioni per sviluppare un proprio senso critico a riguardo. La cosa mi commuove molto. In definitiva, e forse come da sempre, con le nuove generazioni basta parlare, e tocca a noi aprire al dialogo».

